Venezia, Reggio Calabria, Salerno, città toscane et cetera. Sappiamo com’è andata. Superfluo aggiungersi alle letture di una vittoria del centrodestra del test amministrativo, il cui valore simbolico datogli dai partiti di opposizione, ora viene pagato dagli stessi. Ragioniamo invece sui dati meno scontati. Il più importante. Il polo di centrodestra ha una identità e una storia politica stratificata in oltre 30 anni. Una storia nazionale, naturalmente, ma anche in parallelo una forte storia territoriale, di vittorie e sconfitte, ma comunque un idem sentire, che al minimo è il percepirsi “non di sinistra”, nelle punte massime, invece, coincide con le biografie politiche legate ai singoli partiti che lo compongono.

Questo retroterra comune, lungo e profondo, il centrosinistra attuale – l’asse Pd-M5S – non ce l’ha. Non c’è l’ha ancora. È una pasta coesiva che occorreranno anni perché la nuova gauche possa fabbricarla e disporne. È un processo lungo e lento che ha creato nella maggioranza su cui si regge il governo Meloni una classe politica e una community locale che hanno imparato a vincere e perdere insieme, aspettando dopo gli insuccessi i propri turni di vittoria, e il contrario, secondo l’oscillare del pendolo del consenso. Quando leggiamo analisi sui disegni della dinastia berlusconiana che descrivono tentata di abbandonare l’accampamento “paterno” e trasferirsi in quell’opposto, si trascura questo dato fondativo, diventato negli anni omogeneo e strutturale, dai quali nessuno può prescindere; il che rende poco credibili questi scenari, in favore dei quali c’è stato un lavorio miope, da parte di interpreti fuori tempo, anche intorno alla vicenda della grazia a Nicole Minetti.

Il secondo punto. Ogni competizione ha il proprio ambito di riferimento. È grave errore trasferire regole e persino cifre da un ambito all’altro. È l’operazione, del tutto arbitraria, che ha fatto sbagliare il centrosinistra nell’elezione di Venezia, dove aveva valutato il risultato del referendum sulla giustizia in città – oltre il 55% aveva votato No – come dato valido per l’elezione del sindaco. Giudizio che ha portato Elly Schlein a metterci la faccia e a fare della Laguna addirittura il genius loci della futuribile vittoria della gauche alle Politiche dell’anno prossimo. Un errore da matita blu. Al quale si aggiunge la stanchezza dell’attuale classe dirigente della sinistra e l’incapacità da parte del suo ceto politico di nuovo conio di includere risorse umane e territoriali che pure fanno parte della sua tradizione politica; il risultato è che esse finiscono per saltare a piè pari le burocrazie ufficiali di partito: i casi di De Luca a Salerno e Crisafulli a Enna dicono tutto. Troppo presto nella gauche si sono mandati al rogo personalità forti che si mettono in proprio e risultano vincenti.

Il terzo dato riguarda Matteo Renzi, che prende a pugni i cicli politici, non arrendendosi alla fine del proprio: così fa battere le proprie indubbie abilità nella “politique politicienne” dai rancori che va accumulando nel suo tragitto, ieri contro Conte, oggi contro la Meloni. Il che lo porta a cadute di postura quali la sua presenza debordante a Venezia accanto al candidato di centrosinistra, poi risultato perdente.

L’ultimo dato riguarda il governo. Ne esce rafforzato, come dal referendum era uscito indebolito. E poiché la politica è anche psico-sfera, il test amministrativo favorevole è un reagente che si aggiunge alla tenacia della premier, la quale tiene insieme la coalizione, in seno a cui il partito del primo ministro ha raccolto un buon risultato, da Venezia (primo del cdx) a Reggio Calabria. Sempre che il centrodestra non commetta, a parti invertite, lo stesso sbaglio degli avversari, di confondere i piani. Le Politiche saranno un’altra cosa, sono ancora apertissime e forse la legge elettorale non gioca il ruolo decisivo che molti osservatori le assegnano: le lezioni delle elezioni sono valide per tutti.