Che cosa sono otto anni nella vita di un ragazzo e come saranno i prossimi per Pietro Genovese, condannato tre giorni fa a Roma per l’omicidio stradale di Gaia e Camilla in una notte di pioggia di un anno fa? Per capire la commozione del magistrato mentre leggeva la sentenza, bisognerebbe prima di tutto essere nella sua testa. E ci vorrebbe forse un Jason Bull, il protagonista della serie televisiva Usa che si ispira al famoso “dottor Phil” consulente di processi che aiutava nelle selezione dei giurati scrutando la loro vita.

Chissà se Bull avrebbe scoperto qualcosa nella vita del giudice con la voce rotta, magari perché ha una figlia di sedici anni e ha pensato che avrebbe potuto capitare a lei, mentre attraversava la strada di corsa per tornare a casa, di non tornarci mai più. Magari invece si è solo fatto influenzare perché in quell’aula piangevano tutti, i genitori delle vittime e anche quell’altra vittima che si chiama Pietro, che è scoppiato in singhiozzi perché anche lui ha solo 21 anni e da quella sera maledetta in cui correva in auto troppo forte, aveva bevuto qualche bicchiere di troppo e forse si era anche fatto una canna, la sua vita non è stata più la stessa. E non lo sarà più.

Una mano maligna e cattiva, all’indomani della sentenza, ha messo nella parte centrale della prima pagina del quotidiano La Stampa le foto delle due ragazze ridenti e felici da una parte e dall’altra due giovanotti anche loro ridenti ma un po’ sguaiati, uno dei quali è Genovese. Solo che si chiama Alberto e non Pietro. E viveva in un mondo di cocaina e modelle (due delle quali lo hanno accusato di stupro) e non di amici che avevano fatto l’Erasmus e festeggiavano con qualche bicchiere o forse uno spinello il ritorno a casa. Stesso cognome, vite molto diverse ma accostate nelle foto. Tutti e due “mostri”? Ma questa è la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente. Niente!

Forse Pietro Genovese paga anche il “privilegio” di essere figlio di un famoso regista, di aver avuto tra le mani una bella auto-giocattolo, un Suv che gli ha fatto spingere e spingere quell’acceleratore, in una via cittadina di Roma, corso Francia, che non è in nulla simile a una curva di Lesmo a Monza. Spensierato e un po’ incosciente, come lo sono i giovani che si credono immortali, e come forse sono state anche le due ragazzine, Gaia e Camilla, che attraversavano la via di corsa e tornavano a casa puntuali alla mezzanotte, come concordato con i genitori. La battaglia delle perizie si è sviluppata nell’aula dove si è celebrato il processo davanti a un solo giudice come vuole la legge nel rito abbreviato. E ha diviso non solo legali di grido come Giulia Bongiorno e Franco Coppi, per una volta avversari dopo aver difeso fianco a fianco e a lungo il presidente del consiglio più longevo della storia Giulio Andreotti, ma anche gli stessi magistrati. Il pm più morbido, il giudice implacabile.

C’è in gioco l’eventuale concorso di colpa tra Pietro e le due ragazzine. Lo si misura in velocità, in colore dei semafori e anche in centimetri. La legge, come tutte le norme penali, ha una sua certa elasticità, la pena prevista va da due a diciotto anni, ampio spettro. A qualcuno per esempio a Milano, meno di un anno fa, è andata molto bene, molto meglio che a Genovese. Colpo di fortuna? Giudice (donna) meno emotiva? Fatto sta che l’investitrice ha potuto patteggiare una pena di nove mesi più un risarcimento alla famiglia della vittima il cui ammontare è rimasto segreto. Sicuramente in quel caso non era possibile ipotizzare il concorso di colpa. La persona investita e uccisa camminava sulle strisce, era notte (non ricordiamo se pioveva), lo scooter guidato dalla ragazza l’ha preso in pieno, lui ha battuto la testa ed è morto dopo tre giorni. Era un medico infettivologo di 61 anni molto conosciuto ed apprezzato a Milano, anche se ancora né lui né i suoi colleghi esibivano in tv la propria scienza. Perché diciamo che forse alla fine la ragazza è stata fortunata? Perché subito dopo l’incidente è arrivato sul posto prima ancora di una qualunque pattuglia, il capo della polizia urbana.

E alla ragazza non è stato fatti l’alcoltest né il controllo per verificare se avesse assunto sostanze psicotrope. Tutto è rimasto sepolto nel buio della notte e nessuna foto è stata pubblicata sulle prime pagine dei grandi quotidiani. Ha contato il fatto che la ragazza fosse la figlia di due famosi magistrati e che il capo dei vigili urbani accorso sul luogo dell’incidente avesse lavorato con una dei due? Non è questo il punto. Sicuramente è stata una grave omissione (anche se non è obbligatorio) non verificare se qualche alterazione fisica o psichica potesse aver reso particolarmente imprudente la ragazza. Ma è stato forse opportuno non infierire nell’applicazione di una legge sbagliata. “Privilegio” di cui purtroppo Pietro Genovese non ha potuto godere. Ma che sarebbe stato opportuno anche per lui.

Quando nel marzo 2016 il Parlamento italiano si sentì eroico perché, sull’onda di forti spinte emozionali di persone che avevano perso i figli in incidenti stradali e chiedevano carcere per i colpevoli, creò una nuova figura di reato, quella di “omicidio stradale”, rinunciò a un importante compito, quello di puntare sulla prevenzione. Preferì modificare in un sol colpo tre codici, quello della strada, il penale e la procedura, e finì con il trattare colui che con un comportamento di tipo “colposo” va a togliere la vita ad altri, come un assassino. Come uno che si sia messo in auto per andare a uccidere. È paradossale, ma ha avuto, soprattutto sui giovani, più effetto la legge sulla patente a punti che quella che ha introdotto il carcere per gli incidenti d’auto più gravi. Come se la perdita di qualche punto sulla patente spaventasse più che il timore di finire in galera. E comunque, dopo l’emanazione della legge, gli incidenti d’auto, nemmeno i più gravi, non sono diminuiti. Inoltre si è finito con il penalizzare, più che i “pirati della strada”, quei cittadini che nello stress della normalità quotidiana delle autostrade o delle città soffocate dal traffico, incappano in piccoli incidenti.

Magari semplici tamponamenti che possono portare, magari perché un medico certifica un colpo di frusta in chi l’ha subito, l’apertura di un bel fascicolo penale, con tutte la conseguenze del caso. Subito dopo l’approvazione della legge il Ministero dei trasporti aveva mandato in onda su varie reti tv una serie di spot belli e agghiaccianti. Ricordate la ragazza che non c’è più e che dice se tornassi indietro rifare tutto, ma magari non manderei quell’ultimo messaggino mentre ero al volante? E intanto sullo schermo apparivano le sue date di nascita e di morte. Far vedere quegli spot sarebbe sicuramente più incisivo che riempirsi la bocca di articoli del codice penale e inchiodare ragazzi un po’ gradassi a un destino di carcere.

La mamma di una delle due ragazze rimaste uccise per le gravi imprudenze di Pietro Genovese ha detto che era felice che il giudice avesse stabilito che sua figlia e la sua amica non avevano avuto colpa per l’incidente, ma che le dispiaceva anche per il ragazzo. Il quale si domanda oggi quale sarà la sua sorte. Pensiamo che il processo d’appello ritornerà forse a quei cinque anni che aveva chiesto per lui il pubblico ministero e che sono stati trasformati in otto dal giudice che ha voluto riaprire le indagini, risentire i testimoni e i periti. Ma quel giudice così emotivo si è domandato a che cosa servirà il carcere per questo ragazzo? Ha già trascorso un anno agli arresti domiciliari e, paradossalmente, gli è anche andata bene. Altri sono finiti direttamente in carcere.

A lui la “lezione” è sicuramente servita e non occorre aggiungere un tale carico da novanta. Ma il problema è: la sua storia, la punizione che si appresta a subire, serviranno da deterrente per tutti gli altri? Per i suoi amici, per i suoi compagni di classe, di scuola, per gli amici dell’Erasmus? Staranno più attenti quando si metteranno in auto? Andranno a cinquanta dove si deve e non avranno bevuto né fatto altro prima di mettere le mani sul volante? Accadrà tutto ciò dopo la “lezione” esemplare di Pietro o non sarebbe stato meglio se lui e anche tutti gli altri avessero potuto godere i “privilegi” della ragazza di Milano, ma magari essere anche costretti, a scuola o in altro luogo educativo, a guardare quegli spot voluti dal Ministero dei trasporti nel 2016?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.