A me, che nella vita professionale non sono stato tanto fautore di Papi e Papato in genere, tocca come «contrappasso» difendere Papa Francesco. Sì: quando è troppo, è troppo. Prendo a caso da Ferrara su Il Foglio: «Francesco ha scelto una lingua media, priva di fascino, che non ha incisività espressiva, non muove, non commuove, non ispira» e ancora «nessuna vena allegorica», non è un «maestro sulla montagna» e via così. Nessuno ricorda quel «fratelli e sorelle: buonasera», di normalità e di vicinanza, appena eletto, che suscitò un boato enorme nella folla in Piazza San Pietro? Rafforzato da quel riferimento ai «signori cardinali» che hanno scelto un papa venuto «quasi dalla fine del mondo». E fin qui siamo nell’ambito della smemoratezza.

Poi veniamo a questioni più serie. Prosegue Ferrara: «Il Papa è rifluito nel generico di una grammatica catechistica fatta tutta di amore, di caritas, e di perdono, che sono tratti salienti del cristianesimo ma solo di quelli, e non bastano al mezzo né al messaggio». (Chissà che vuol dire, in italiano intendo). In linguistica (e teologia?) amore e caritas sono l’uno la traduzione dell’altro; quindi caritas, perdono e – aggiungo – «misericordia» sono tratti essenziali della Chiesa Cattolica. Cioè per dirla in altro modo: la Chiesa non fa esibizioni muscolari, non punta il dito indice a condannare qualunque cosa si muova al di là di Piazza San Pietro; non proclama più crociate anche se in tanti vorrebbero armarsi per la fede. Anzi il Catechismo condanna l’uso delle armi e la pena di morte e la guerra è sempre «ingiusta».

Ma tant’è, vai a spiegarlo a chi invece è convinto di saperne più del Papa. E nel seguito dell’articolo, il Nostro prende la valigia e parte per la tangente: «Ora (Papa Francesco) ce l’ha con la ricerca per i vaccini, con i brevetti, con il sistema di interessi e cura che ha consentito l’elevamento dell’aspettativa di vita verso età bibliche mai attinte nella storia del mondo». Invece mercoledì Papa Francesco ha detto tutt’altro: «La salute, oltre che individuale, è anche un bene pubblico. Una società sana è quella che si prende cura della salute di tutti». Quindi la linea della Chiesa è: vaccino gratuito e per tutti, quando ci sarà. Ben diverso.

E veniamo alla chiusa finale a proposito di «un mondo liberale che al Pontefice fa senso perché pratica lo scarto, ma non vede se non di tanto in tanto e come per obbligo lo scarto che conta, quello dell’aborto, dell’eugenetica». Qui occorre ragionare. Qualche giorno fa, una persona che ha avuto incarichi dirigenziali in Vaticano, mi ha confidato il disagio di tanti intellettuali cresciuti nella cultura dei «valori non negoziabili» perché li vedono svanire e dunque non si riconoscono più nella Chiesa. Nel seguito della conversazione mi dice che essere contro l’aborto va sempre al primo posto ma anche che dobbiamo occuparci del destino di chi nasce e della vita degna che deve avere. «Vede, caro amico – ho risposto – diciamo esattamente lo stesso. Papa Francesco non difende solo la vita dal concepimento alla morte naturale ma chiede alla Chiesa di occuparsi della qualità della vita di quelli che già esistono e di impegnarci, tutti, in nome del Vangelo, per diminuire sempre di più le disuguaglianze che condannano miliardi di persone alla fame, alla morte, all’infelicità».

Solo non si chiamano più valori non negoziabili. Si chiama Bioetica Globale ed è il dialogo tra teologia morale e dottrina sociale della Chiesa. Questo dà fastidio a chi vede solo le donne che abortiscono e non vede i migranti a Lesbo, i terremotati, i morti di Coronavirus, le vittime delle politiche affaristiche e delle lobbies che producono e vendono armi. Per alcuni conta solo un’ideologica difesa della vita. Per altri vale la difesa della vita, di tutte le vite, nei cinque Continenti, in ogni età, e difesa del pianeta senza il quale non potremmo vivere. Sembra poco? Sembra la svendita dei valori?

Gli ideologici fanno il paio con una suora che anni fa mi parlò dell’idea di aprire a Roma una casa per accogliere donne incinte in difficoltà, affinché non abortissero. Ottima idea, le risposi, ma una volta che le abbiamo convinte a tenere il figlio, come potranno mantenerlo e chi si interesserà di loro visto che dovranno uscire dalla casa? Cosa rispose, candida, la buona suora? «A questo non avevo pensato». La suora non ci aveva pensato davvero nella sua onesta ingenuità. Sospetto che tutti gli altri fanno finta di non vedere quanto è ingiusto e complicato il mondo e preferiscono essere più papisti del Papa, concentrandosi sull’aborto. Una volta che sei nato, tutto è risolto. Poi se hai fame, se non hai scuole, sanità, acqua e luce, non fa niente. Sei vivo e tanto basta. Se muori sparato a 16 anni nelle strade d’America, nessuno si scandalizza. Se muori a Colleferro pestato a morte, hai trovato dei «mostri»; la società se ne lava le mani. La politica pure, anzi è la prima. E la difesa della vita?

Tutto si concentra contro l’aborto oppure contro la RU486. I perfezionisti del buonsenso hanno sparato sulla Pontificia Accademia per la Vita, rea colpevole di aver detto che la RU486 lascia ancora più sole le donne e la legge va migliorata e applicata laddove parla di prevenzione. Ai profeti che dalla loro montagna tuonano contro un’Accademia per la Vita svenduta all’aborto, va ricordato che la legge è stata sottoposta a referendum, è stata confermata, è legge dello stato italiano. La si applichi sulla prevenzione perché nella sua essenza vorrebbe che in Italia non ci fossero aborti ma prevenzione. Non è un obiettivo civile? No, per i semplificatori a tutti i costi, troppe distinzioni spaventano. Il mondo è bianco o nero e ci vuole la crociata contro lo Stato. Le donne adulte che abortiscono sono sempre peccatrici. Sanno quello che fanno e commettono peccato mortale.

Vadano a rileggersi cosa scrive Eugen Drewermann in Psicanalisi e teologia morale (Ed. Queriniana, da ristampare mille volte) sul caso concreto di una giovane donna e sui condizionamenti personali, sociali, ambientali, sul dramma psicologico che vive, innamorata di un uomo sposato e incinta di lui, senza lavoro, vittima sostanzialmente di se stessa. Già, questa è vita concreta, non la fiction di una realtà in 4k dove è tutto semplice: donne colpevoli e peccatrici, uomini sempre innocenti e sempre padroni di ogni utero. Ci vorrebbe una serie televisiva intitolata «asserragliàti nell’enclave uterina». Del resto, si sa, per un approccio fondamentalista e liberale – oggi siamo più aggiornati e lo definiamo «corporativista» – i poveri sono tali per colpa loro. E la «fraternità» cui Papa Francesco dedica un’enciclica, è per loro una pia illusione. Invece è un programma di vita (e lo sarebbe anche di governo, se ci fossero governi capaci di guardare oltre), con buona pace degli «spaesati» orfani dei valori non negoziabili.

Dio ha creato uomo e donna come persone; non qualcosa ma qualcuno. Siamo capaci di conoscerci, di possederci, di donarci e di entrare in comunione con altre persone. Ed è la Bibbia. Nel Vangelo non dice Gesù «ama il prossimo tuo come te stesso» e ama i nemici? Forse ho letto un’altra edizione (quella del Ministero della Verità di Orwell?) e forse anche Papa Francesco avrà una edizione tutta sua. Siamo seri e leggiamo quanto scrive Papa Francesco: «Di fatto, le molte e straordinarie risorse messe a disposizione della creatura umana dalla ricerca scientifica e tecnologica rischiano di oscurare la gioia della condivisione fraterna e la bellezza delle imprese comuni, dal cui servizio ricavano in realtà il loro autentico significato. Dobbiamo riconoscere che la fraternità rimane la promessa mancata della modernità. Il respiro universale della fraternità che cresce nel reciproco affidamento – all’interno della cittadinanza moderna, come fra i popoli e le nazioni – appare molto indebolito. La forza della fraternità, che l’adorazione di Dio in spirito e verità genera fra gli umani, è la nuova frontiera del cristianesimo». Che altro aggiungere?