Abusi all’interno delle congregazioni religiose femminili? Il tema non è nuovo però stavolta ad occuparsene è La Civiltà Cattolica, la rivista dei gesuiti particolarmente autorevole perché gli articoli prima di venire pubblicati vengono approvati dalla Segreteria di Stato del Vaticano. Si punta il dito contro gli «Abusi di autorità nella Chiesa. Problemi e sfide della vita religiosa femminile», articolo firmato dal gesuita Giovanni Cucci e di lettura libera dal sito del quindicinale (www.laciviltacattolica.it). Del tema aveva parlato papa Francesco nel dialogo con i giornalisti di ritorno dal viaggio ad Abu Dhabi nel febbraio 2019; di abusi sessuali da parte dei sacerdoti verso le suore si era parlato nei primi anni Duemila. Qui la questione è diversa ed è interna alle congregazioni religiose femminili: ricatti psicologici, costrizioni, privazioni di beni necessari giustificate con la povertà che sovente diventano torture. Non infrequenti i casi di superiore generali rielette per decenni in violazione ad ogni regola interna. Gli esempi, del resto, non mancano: «In una Congregazione (attualmente in fase di commissariamento) la medesima suora è stata consigliera generale per 12 anni, successivamente superiora generale per 18 anni, ed è riuscita a farsi eleggere di nuovo vicaria generale, “pilotando” il capitolo, per poter continuare a governare di fatto negli anni successivi».

Così «lentamente la fedeltà al carisma diventa fedeltà nei confronti dei gusti e delle preferenze di una particolare persona, che decide arbitrariamente chi possa o no usufruire delle possibilità formative o di studio, considerate una forma di premio assegnato alle più fedeli e docili, a scapito invece di chi esprime un pensiero differente. Da qui forme di ricatto per conseguire una gestione del potere senza limiti». Talvolta «essere superiora sembra garantire altri privilegi esclusivi, come usufruire delle migliori cure mediche, mentre chi è una semplice suora non può neppure andare dall’oculista o dal dentista, perché “si deve risparmiare”». E «gli esempi riguardano purtroppo ogni aspetto della vita ordinaria: dall’abbigliamento alla possibilità di fare vacanza, avere una giornata di riposo o, più semplicemente, poter uscire per una passeggiata, tutto deve passare dalla decisione (o dal capriccio) della medesima persona». Si arriva ad eccessi che se non fossero tragici sarebbero patetici: «se si chiede un indumento pesante, si deve attendere la deliberazione del Consiglio, o la richiesta viene rifiutata “per motivi di povertà”. Alla fine alcune suore si sono rivolte ai familiari. Diventa perciò ancora più triste per loro venire a sapere che l’armadio della superiora è pieno di indumenti acquistati senza consultare nessuno con i soldi della comunità, mentre altre hanno a malapena un ricambio». E il denaro? Altro tema scottante.

«Anche la gestione patrimoniale di un Istituto come proprietà personale è un altro tasto doloroso di alcune Congregazioni femminili, dove la complicità fra la superiora generale e l’economa (anch’essa di fatto a vita, nonostante i limiti dell’età) finisce per consentire il controllo completo dei beni». Difficile poter resistere alle pressioni psicologiche, soprattutto se le suore vengono da altri paesi, non conoscono lingua, usanze, leggi, hanno scarsi livelli di istruzione. Nota l’articolista: «contrariamente agli orientamenti espressi dalla Chiesa ormai da molti anni, si continua a praticare l’usanza di importare vocazioni da altri Paesi, impiegando le giovani come “tappabuchi”, invece di garantire loro una migliore formazione. Le nuove arrivate per lo più non hanno possibilità di difendersi, sia per la difficoltà della lingua sia per l’assoluta incapacità a orientarsi al di fuori della casa religiosa dalla quale di solito non possono uscire e che, più che come una comunità, viene vissuta come una prigione».

Non infrequenti i casi di suore che lasciano il convento e si ritrovano letteralmente per strada: «c’è stato anche qualche caso di prostituzione per potersi mantenere». Nonostante Papa Francesco abbia voluto una casa di accoglienza per questi casi – comunque una goccia nel mare – il problema è lontano da avere soluzioni. Sono necessari – conclude padre Cucci – degli «interventi efficaci di verifica e vigilanza sulla modalità di esercizio del governo, perché tali abusi non si ripetano e si possa offrire a chi desidera consacrarsi al Signore una modalità più evangelica di vivere l’autorità e la vita fraterna».