Dal 32,68 al 15 per cento. Con Giuseppe Conte i voti del Movimento 5 Stelle si sono dimezzati. Anzi: più che dimezzati. La narrazione del “tutto sommato ha tenuto” inganna gli osservatori, sovrapponendo previsioni e sondaggi più o meno foschi, nel tempo, fino a restituire l’illusione ottica di una “sostanziale ripresa”. Avrebbe potuto essere una sconfitta maggiore? Conte ha arginato i danni? Non lo si può dire. È vero che rispetto ai sondaggi è andato molto meglio. Ma se i numeri adeguatamente torturati sono pronti a consegnare qualunque verità, converrà basarsi sulla matematica senza sofisticarla troppo. Il risultato più negativo in termini di votanti assoluti di queste elezioni è quello del M5S: da 10.732.066 voti ottenuti nel 2018 ne ha ricevuti 4.264.060 nella giornata del 25 settembre 2022. Dunque ne ha persi 6.468.006.

È il caso più grave di queste elezioni, il maggior numero di elettori persi: molto superiore a quelli che hanno voltato le spalle al Pd e anche alla Lega. Un dato che gli analisti dei flussi elettorali associano all’astensione, più che alla trasmigrazione verso altri lidi. Il calo dell’affluenza in effetti corrisponde al numero dei votanti del Movimento scomparsi: oggi hanno votato 27.571.864 elettori (per la Camera) rispetto ai 33.923.321 delle scorse elezioni, con una differenza di 6.143.318 cittadini che non sono andati a votare. Il voto del Movimento si dimezza, ma Conte canta vittoria per godere dell’errore percettivo in cui induce a credere. Il suo elettorato è cambiato, si concentra al Sud. Perché nel frattempo scompare quasi del tutto da alcune regioni. Nel Nord-Est è ridotto al lumicino. Arretra molto in tutti i grandi centri urbani. Si àncora alla Sicilia, in Calabria e in Campania dove elegge dieci deputati con i seggi dell’uninominale. In tutto sono 51 i deputati sui banchi pentastellati, 28 i senatori. Tra questi ci sono Cafiero De Raho e Scarpinato, due ex toghe che diventano politici e devono iniziare a misurarsi con la dialettica del Parlamento.

“Lo aspettiamo in Aula, Scarpinato”, dichiara Maurizio Gasparri, Forza Italia. “Perché adesso che è Senatore come me – prosegue Gasparri rivolto a Scarpinato – gli posso chiedere conto di quei misteri sulla stagione del 1992 che non sono mai stati chiariti. Ci deve spiegare perché ha deciso di archiviare il processo Mafia-Appalti su cui avevano lavorato Falcone e Borsellino”. La curiosità di saperlo è tanta, e trasversale. E non hanno ricevuto risposta, ad oggi, le domande rivolte all’ex magistrato sulla casa di famiglia venduta a un indagato per mafia dal magistrato dopo aver ricevuto dal compratore una generosa offerta. Beppe Grillo ricompare sulla scena con un filmato muto. Pubblica un video dal sapore esoterico: inquadra un alberello (un nespolo, viene detto) dal tronco flagellato, di cui sarebbe stata diagnosticata la morte vegetale. E invece è ancora lì, in piedi. Certo, dimezzato da un taglio che ne tronca il fusto, ma ostinatamente in piedi. Il video muto termina senza commenti del Fondatore. Siamo lontani dai fasti con cui il comico veniva accolto a Roma dopo le elezioni. Ora il Movimento è una Lega del Sud, un patronato che ha speso sulla tutela del Reddito di cittadinanza tutta la sua campagna. Certo, il partitino di Di Maio con lo 0,6% manda in archivio la parabola del ministro degli Esteri, e con lui tutti i quaranta deputati e senatori che lo hanno seguito per ricandidarsi contro Conte. Gli hanno fatto quasi un favore, a Conte.

Si sono autoeliminati. Le liste degli eletti sono quindi per lo più nomi nuovi o fedelissimi contiani. E tutta la nuova pelle del M5S risulta non più grillina ma contiana, fatta di eletti che non hanno mai avuto rapporti con la Casaleggio, non hanno mai visto Beppe Grillo, ma devono tutto al solo Conte. Scompaiono così l’ex presidente della Camera, Roberto Fico (“Non so cosa farò nel futuro, continuerò a fare politica nel M5S”), l’ex ministro Danilo Toninelli, l’ex Sindaca di Roma, Virginia Raggi. In effetti è su Roma che la crisi del Movimento si abbatte con più forza. La Capitale rimane ferita dal degrado della gestione grillina: all’indomani delle elezioni si può osservare uno scenario estremamente diverso da quello che si era delineato al termine dell’ultima tornata elettorale. Il partito di Virginia Raggi non ha ottenuto alcun collegio, e le percentuali di voto sono rimaste ben al di sotto di quelle del 2018. Il M5S qui passa dal 17 al 9%, finendo in tutti i municipi al di sotto del Terzo polo.

Non ha niente da dire, al riguardo, il romano Alessandro Di Battista. L’ex esponente del Movimento gioisce per il risultato di Conte e passa all’incasso, chiedendogli con prioritaria urgenza non di tenere fede all’impegno per il reddito di cittadinanza ma di fermare l’invio di armi a Kiev. “Adesso che ha vinto deve mantenere fede agli impegni presi e cambiare il corso della guerra”, si precipita a dire Di Battista. Il viaggio a Mosca è di tre mesi fa, ma si sa, ci sono posti che rimangono nel cuore. La nostalgia gioca un suo ruolo. Come quella degli orfani del periodo giallorosso, nel Pd. Ieri in tanti hanno fatto presente che l’errore principale del Pd di Letta è stato quello di abbandonare Conte. Nel Pd si è aperta l’analisi degli errori e se per Letta la responsabilità di aver interrotto il Campo Largo, favorendo la destra, è in capo a Conte, in molti anche nel suo partito sono pronti a riprendere il dialogo interrotto. Elly Schlein non ha mai nascosto di vedere nel Movimento un interlocutore utile, se non indispensabile. Lo pensano Andrea Orlando e Giuseppe Provenzano. Lo dice Pierluigi Bersani. Nel Lazio, Zingaretti aveva tenuto sempre, da segretario, al patto di ferro con Conte. Eletto ieri a Montecitorio, Zingaretti deve adesso predisporre la coalizione per affrontare il voto regionale.

“Ogni situazione va ponderata, avremo la possibilità di valutare la situazione nel Lazio. C’è un po’ di tempo, valuteremo ma vorrei sottolineare che poniamo un’asticella molto alta. Abbiamo accumulato molta esperienza sul comportamento del gruppo dirigente del Pd. Non sarà facile dialogare con noi e saremo molto più prudenti del passato”, fa sapere Conte. Una trattativa aperta, in realtà. Pecoraro Scanio, fondazione Univerde, insiste: “Oggi i progressisti avrebbero potuto vincere nella maggioranza dei collegi se Letta non avesse rotto il campo largo regalando alla Destra una vittoria a tavolino”. Giuseppe Conte però di Letta non vuole più sentire. “Ho già detto che non ci sarà dialogo con questo gruppo dirigente: ma la questione non è personale, non ho un problema personale con Letta, non ho litigato con lui. I punti sono politici. Non è solo questione di gruppo di dirigente ma di agenda. Bisogna vedere quale Pd verrà fuori dal congresso dove l’attuale segretario si presenterà dimissionario”.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.