L’annuncio è di quelli roboanti, in perfetto stile de Magistris: «La stazione Duomo è in assoluto una delle più belle al mondo e tra pochi mesi aprirà finalmente al pubblico». Così il sindaco di Napoli ha fatto sapere che lo scalo lungo la linea 1 della metropolitana cittadina sarà attivo a partire dalla prossima estate. Resta da completare il restyling di piazza Nicola Amore, dove i lavori interminabili hanno messo in ginocchio attività commerciali e viabilità, ma evidentemente questi sono dettagli.

A lasciare perplessi è ciò che si nasconde dietro l’annuncio dell’imminente apertura della stazione di via Duomo che, tra l’altro, segue di pochi giorni quello dell’attivazione dell’hub di Arco Mirelli, previsto per il prossimo ottobre. Sono anni e anni che l’amministrazione comunale promette, garantisce e fissa date per la conclusione di lavori alla metropolitana, quasi come se quest’ultima fosse la panacea per i tanti mali di Napoli. Per la precisione sono vent’anni: l’apertura del cantiere in piazza Nicola Amore risale addirittura al 14 novembre 2001, quando il primo cittadino era Rosa Russo Iervolino, eletta soltanto sei mesi prima. Ci sono voluti vent’anni, quindi, per far sì che i lavori si avvicinassero al rush finale, complici i ritardi imposti dai reperti archeologici ritrovati durante gli scavi e la necessità di rifinanziare continuamente il progetto. Al netto dei ritardi che ormai caratterizzano l’iter di qualsiasi infrastruttura, colpisce il forte valore simbolico dell’annuncio fatto da de Magistris durante il sopralluogo in piazza Nicola Amore. Come in un lungo e beffardo gioco dell’oca, infatti, le parole del primo cittadino sembrano riportare Napoli al punto di partenza, cioè esattamente a vent’anni fa.

Nel frattempo che cosa è successo? Poco o nulla. I grandi progetti che avrebbero dovuto cambiare le sorti di Napoli, a cominciare dal rilancio di Bagnoli e dalla riqualificazione dell’area orientale, sono fermi al palo; le periferie sono sempre più lontane dal centro della città e abbandonate a un destino fatto di degrado e criminalità; persino la retorica del lungomare liberato si è infranta contro l’incuria e il vuoto amministrativo che hanno portato al blocco della Galleria della Vittoria. Senza dimenticare il disavanzo comunale lievitato a due miliardi e 700 milioni di euro e il pressoché totale azzeramento di tutti gli altri servizi destinati a cittadini e imprese. Ciò significa che, al netto di fantasiose iniziative come quella dei monopattini, la mobilità è all’anno zero e per la città non c’è traccia di un’idea di crescita duratura e sostenibile.

Insomma, la metropolitana si arricchisce di stazioni «tra le più belle al mondo», come il sindaco non ha mancato di sottolineare, ma non “trasporta lo sviluppo” di Napoli. Così l’hub di piazza Nicola Amore, celebrata per il progetto firmato dall’archistar Massimiliano Fuksas e per la presenza di un museo su tre livelli, finisce per rivelarsi come la più classica delle foglie di fico: un’opera pubblica utile più a nascondere i fallimenti dell’amministrazione comunale che ad alimentare una strategia di crescita di cui Napoli, soprattutto ora che la pandemia ha travolto stili di vita e modelli di sviluppo apparentemente insuperabili, avrebbe bisogno come il pane.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.