Da magistrato ha mandato alla sbarra decine di persone. Poi, sulla via di Palazzo San Giacomo, Luigi de Magistris dev’essere stato folgorato. E così da pm d’assalto si è trasformato in sindaco portato ad assolvere. Anzi, ad assolversi. L’intervista che il primo cittadino di Napoli ha rilasciato a Repubblica è la sintesi più alta di questo percorso tra magistratura e politica, un magistrale esercizio di indulgenza verso se stesso di quelli ai quali Dema ha abituato l’opinione pubblica partenopea nel corso degli ultimi nove anni. Partiamo dall’affermazione che più di ogni altra ha meravigliato i lettori.

Il sindaco si è detto «insoddisfatto del livello dei servizi» offerti in città e ha ammesso la necessità di migliorare il trasporto pubblico su ferro e su gomma, la gestione del verde pubblico, la manutenzione dei parchi e il diserbo di strade e aiuole. Sembrava che, per la prima volta, de Magistris volesse assumere la responsabilità di quello che ha tutta l’aria di un fallimento politico e amministrativo. A ben vedere, però, nelle parole di Dema c’è poca autocritica e una forte tendenza autoassolutoria. Dopo aver riconosciuto il flop dei servizi, infatti, il primo cittadino dice di aver patito una decurtazione del 50 per cento delle risorse e del personale rispetto all’epoca di Rosa Russo Iervolino. A questo si è poi aggiunta la crisi-Covid. Da parte sua, però, nemmeno una parola sul debito comunale che, negli ultimi nove anni, si è quintuplicato passando da 800 milioni a quattro miliardi di euro proprio mentre la qualità dei servizi offerti a cittadini e imprese peggiorava giorno dopo giorno. Ma al pm “pentito” non bastava.

E così, dopo essersi abbondantemente giustificato, è andato oltre dicendosi pronto rimediare a nove anni di disastri. In che modo? Approvando e dando esecuzione a un piano che, nel giro di soli nove mesi, dovrebbe consentirgli di chiudere i suoi due mandati con un «bilancio soddisfacente». Anche qui ci troviamo davanti a un’affermazione incomprensibile. Perché de Magistris dovrebbe riuscire a migliorare i servizi in soli dieci mesi se non ha centrato questo obiettivo in nove anni? Rispetto al 2011, infatti, la situazione è cambiata e non certo in meglio. Il debito di quattro miliardi di euro, davanti al quale sarebbe stato più saggio e prudente dichiarare il dissesto finanziario, è un fardello che l’amministrazione arancione si porterà sul groppone al pari di quelle che ne prenderanno il posto. Anche su questo, tuttavia, de Magistris glissa. Tanto è vero che, nell’intervista rilasciata a Repubblica, non si legge una sola parola sulla strategia concreta che il Comune dovrebbe attuare per invertire la rotta.

Terza osservazione. Pur riconoscendo gli insuccessi sul fronte di trasporti, ambiente e manutenzione, il sindaco di Napoli presenta la sua amministrazione come un modello. Al punto di rivendicare meriti e di sostenere come la città goda di «autorevolezza e rispetto» in Italia e nel mondo. Non si capisce, però, come de Magistris possa additare come esempio – ovviamente virtuoso – una città in cui i trasporti funzionano poco e male, i parchi pubblici cadono a pezzi e le strade sono invase dai rifiuti. E, soprattutto, non si capisce perché Dema chieda alle forze politiche di sinistra di riconoscere «la novità espressa dall’esperienza napoletana in questi ultimi dieci anni» fino ad aderirvi quasi incondizionatamente. Ecco, in certe parole c’è tutto tranne che autocritica. Ci sono giustificazioni più o meno fantasiose e un’ambizione che tende alla megalomania. Ma di autocritica e di un progetto serio per Napoli continua a non esserci traccia.