Lo criticano, lo contestano, lo sbeffeggiano. Polemizzano con i suoi fiancheggiatori, stigmatizzano la sua gestione delle casse comunali, ne invocano le dimissioni a più riprese. Quando si tratta di assestare a Luigi de Magistris il colpo del definitivo ko, tuttavia, le opposizioni tentennano. Anzi, spesso sono proprio loro a tenere a galla il sindaco, ormai privo di una maggioranza. È accaduto anche per il voto sul rendiconto del 2019: senza l’apporto dei consiglieri Salvatore Guangi e Mara Carfagna (Forza Italia), Marco Nonno (Fratelli d’Italia), Manuela Mirra (Italia Viva), oltre che di Domenico Palmieri (Napoli Popolare) e Anna Ulleto (ex Pd), il Consiglio comunale non avrebbe potuto discutere e approvare il bilancio consuntivo. Viene da pensare che i membri dell’assemblea cittadina siano disposti a tutto pur di conservare poltrone e mascherare la mancanza di un progetto alternativo a de Magistris.

La motivazione, in realtà, sembra molto più banale. Il sindaco arancione rappresenta per gli attuali oppositori tanto un bersaglio – anche piuttosto facile, se si considerano il debito record e la pessima qualità dei servizi – quanto un paravento. Avere alla guida di Palazzo San Giacomo il primo cittadino con la bandana che promette di “scassare tutto” e alla fine scassa soltanto il bilancio comunale, che alimenta la vuota narrazione di “Napoli città dell’amore” e chiude gli occhi davanti all’escalation di microcriminalità, che preferisce inaugurare baretti anziché studiare una strategia per migliorare la qualità dei servizi, fa comodo a tutti. Fa comodo a Forza Italia che, dopo il crollo di Berlusconi in termini di consenso, stenta a trovare una nuova leadership a livello nazionale e locale. Stesso discorso per Fratelli d’Italia che raccoglie i reduci del Movimento Sociale Italiano, ma è priva di quella spinta propulsiva che nel 1995 portò la destra a esprimere addirittura il presidente della Regione e ad avviare una stagione di rinnovamento politico e culturale.

E, tutto sommato, avere quel “Chavez in sedicesimo” alla guida del Comune di Napoli garantisce un alibi anche alla Lega: i salviniani trovano nel sindaco un capro espiatorio, ma non arrivano mai a chiedere conto agli alleati degli “aiutini” più o meno sistematicamente offerti al sindaco. E la sinistra? Il Partito democratico ha rinunciato da anni a fare un’opposizione seria a de Magistris. E le lotte intestine, il gioco delle correnti e i rancori personali ne hanno paralizzato l’azione. Il Movimento 5 Stelle ha inciso poco e, mentre Napoli cola a picco, cede a quel giallorossismo spinto che si traduce nell’avallo di qualsiasi patto scellerato col Pd con l’obiettivo di tenere la Lega lontana dai centri del potere.

Tutto ciò è il risultato di dieci anni di decomposizione del quadro politico nazionale e locale di cui de Magistris è beneficiario e, per certi versi, vittima. È ovvio che, in questo contesto, nessuno o quasi voglia assumersi la responsabilità di traghettare la città lontano da un decennio di fallimenti politici e amministrativi. E la realtà con la quale si devono confrontare i napoletani è fatta di macerie. Ma su queste macerie bisognerà pur ricostruire. La capitale del Mezzogiorno ha bisogno di una visione, di un futuro, di un progetto che la renda una metropoli efficiente, attrattiva e al passo con i tempi. Tutto ciò presuppone una classe dirigente coraggiosa. Che, a giudicare dalle recenti “performance”, non può essere quella attuale.