C’è un dato positivo nel dibattito politico cittadino. Se si guarda oltre il debito di due miliardi e 700 milioni di euro accumulato dall’amministrazione de Magistris e l’economia messa in ginocchio dal Covid-19, ciò che colpisce è il rinnovato protagonismo della società civile in vista delle prossime elezioni comunali. Due i movimenti in campo: Per Napoli Civile, il cui appello a liberare la città dal degrado ha già raccolto numerose adesioni, e Ricostituente per Napoli, che si propone di dare una scossa ai partiti che hanno finora governato. Qualcuno ha parlato di «miracolo all’ombra del Vesuvio», esultando per il fatto che i napoletani si interroghino sul futuro della città. Affinché questo dibattito sia produttivo, cioè fornisca un contributo importante alla indispensabile riprogettazione di Napoli, bisogna sgomberare il campo da qualsiasi ambiguità. Ed è proprio questo che si chiede a entrambe le compagini.

Di che cosa stiamo parlando? Prendiamo Ricostituente per Napoli al quale hanno aderito intellettuali del calibro di Marco Rossi Doria e Maurizio de Giovanni. Il movimento si presenta addirittura come «l’unica novità positiva degli ultimi anni». Nei suoi ranghi, però, annovera diverse personalità da sempre vicine a de Magistris o comunque poco propense a esprimere un giudizio sull’amministrazione arancione. Mentre Ricostituente per Napoli si guadagna la ribalta mediatica, sembra sparito dai radar Dema, il movimento fondato dal sindaco che, dopo aver annunciato e puntualmente ritirato la candidatura in occasione delle ultime tornate elettorali, sarebbe pronto a sottoporsi al giudizio degli elettori alle politiche del 2023. Proprio così: la creatura politica di de Magistris punta a entrare in Parlamento tra due anni, ma intanto sembra aver esaurito la spinta propulsiva dei primi tempi. E allora il dubbio sorge spontaneo: scomparsi gli arancioni, come bisogna valutare Rinascente per Napoli? Si tratta della naturale prosecuzione di Dema o di una compagine critica, se non addirittura alternativa, alla squadra del sindaco? Eccola, dunque, l’ambiguità che macchia il neonato movimento e che dovrebbe essere cancellata con una presa di posizione netta sugli ultimi dieci anni di amministrazione.

L’ambiguità, invece, non sembra il principale difetto di Per Napoli Civile, il movimento al quale hanno aderito, tra gli altri, Gaetano Brancaccio e Maria Luisa Iavarone. Questa formazione ha una coerenza che le deriva da una critica costante ed esplicita all’operato di de Magistris. Anche nel suo caso, tuttavia, c’è un motivo di perplessità: firmatari alla mano, l’appello lanciato da Per Napoli Civile sembra esprimere il malcontento e alimentare le proposte provenienti dal solo centro di Napoli, in particolare da quartieri come Chiaia e Posillipo che storicamente rappresentano il fortino della medio-alta borghesia partenopea. E le periferie? Di quelle non c’è traccia. Non è un vulnus da poco, soprattutto in una città che nelle periferie annovera tanti problemi da risolvere e altrettante potenzialità da esprimere. Insomma, ben venga il ritrovato protagonismo della società civile napoletana, consacratosi nella nascita di ben due movimenti. Attenzione, però: piaccia o meno, un giudizio sull’amministrazione de Magistris, sul debito record, sulla discutibile gestione del patrimonio immobiliare e sulla pessima qualità dei servizi offerti a cittadini e imprese non può essere eluso. Perché è da lì che bisogna partire per ridisegnare il futuro della capitale del Mezzogiorno.