E adesso? Che cosa ne sarà del Comune di Napoli? Ora che la giunta guidata da Luigi de Magistris ha certificato il disavanzo record di quasi due miliardi e 700 milioni di euro, quali scenari si aprono per la città e per i suoi amministratori? La via maestra sembra quella della dichiarazione del dissesto da parte del Consiglio comunale, mossa che avvierebbe Palazzo San Giacomo verso un indispensabile risanamento delle proprie finanze. Ma il dissesto autodichiarato, si sa, non è la soluzione ideale per il sindaco e i suoi assessori. Se, infatti, venissero riconosciuti come responsabili del crac. Dema & co. rischierebbero l’incandidabilità per i successivi dieci anni. Il che significherebbe distruggere le loro note e robuste ambizioni politiche. Gli escamotage esistono e a suggerirli è proprio la legge.

Prima alternativa: il dissesto coatto. Qui va fatta una premessa: l’amministrazione comunale non ha un obbligo, ma una semplice facoltà di dichiarare il dissesto quando riconosca di non riuscire più a gestire la situazione debitoria. Di conseguenza, non è prevista alcuna sanzione per il sindaco che si ostini – come nel caso di de Magistris – a non riconoscere il crac. E, qualora decidesse di farlo, la dichiarazione di incandidabilità per lui e per gli assessori non sarebbe automatica, ma arriverebbe pur sempre all’esito di un giudizio davanti alla Corte dei Conti. Tuttavia, la legge prevede una forma di “sostituzione” del Ministero dell’Interno e della Corte dei Conti all’amministrazione comunale che non sia più in grado di gestire un disavanzo simile. Si tratta del dissesto coatto.

Questa procedura prevede che il Comune in difficoltà economico-finanziarie stili un piano di riequilibrio finalizzato a risanare i propri conti in un determinato lasso di tempo. Questo programma è soggetto al vaglio del Viminale e della Corte dei Conti e può essere bocciato all’atto della sua presentazione oppure successivamente, quando il Comune dimostri di non dare seguito alle “buone intenzioni”. In queste ultime due ipotesi è il Ministero dell’Interno, tramite la Prefettura, a intervenire ordinando all’amministrazione comunale di dichiarare il dissesto. Un’ipotesi da escludere nel caso di Napoli? No. nel 2012 il Comune ha presentato un piano di riequilibrio che è poi diventato oggetto di un contenzioso. Al momento si deve discutere l’appello presentato da Palazzo San Giacomo davanti alla Corte dei Conti. La sensazione è che questo “round giudiziario” decisivo per il futuro di Napoli avrà luogo prima delle comunali del 2021, magari già nel prossimo autunno, a meno che una seconda ondata di Coronavirus non paralizzi nuovamente l’attività degli uffici giudiziari. La sensazione è che l’esito di questo giudizio non inciderà sul futuro di de Magistris e sulla sua carriera politica. Per il quale, però, sembrano esserci altri due pericoli dietro l’angolo.

Il primo? A dichiarare il dissesto potrebbe essere anche il successore dell’ex pm. Immaginiamo: Tizio vince le elezioni e, qualche settimana più tardi, fa approvare dal Consiglio comunale la delibera con cui si riconosce il crac; siccome di quel crac Tizio non può essere responsabile, essendo stato eletto soltanto una manciata di giorni prima, il testo approvato dall’assemblea cittadina passa al vaglio della Corte dei Conti, chiamata a individuare i responsabili del dissesto; in quest’ultimo caso, per Dema e i suoi assessori potrebbe aprirsi il giudizio davanti alla Corte dei Conti che, alla fine, potrebbe sancirne l’incadidabilità per i successivi dieci anni. Ma il vero pericolo, a prescindere dalla dichiarazione del dissesto finanziario, sembra un altro: l’approvazione del bilancio. Dopo essere stato approvato dalla giunta, infatti, il consuntivo del 2019 attende l’ok da parte del Consiglio comunale. Molte forze politiche, non solo di opposizione, hanno già fatto sapere di non essere disposte a esprimere un voto favorevole. Se il rendiconto non dovesse essere approvato, dunque, per de Magistris scatterebbe l’obbligo delle dimissioni. E, in quel caso, per lui non ci sarebbe alcun salvagente.