Tutti lo tirano per la giacchetta. E stavolta non per chiedergli una poltrona o un “posto al sole” in questi ultimi scampoli di consiliatura, ma per invitarlo a dichiarare ufficialmente un dissesto finanziario che nei fatti già esiste. Di alzare bandiera bianca, spianando la strada all’indispensabile risanamento delle casse comunali di Napoli, il sindaco Luigi de Magistris proprio non vuole sapere. E il motivo sta tutto nella disciplina del dissesto finanziario. La legge, infatti, prevede che gli amministratori riconosciuti responsabili del default non possano candidarsi per un periodo di dieci anni. Intendiamoci bene: se il Consiglio comunale di Napoli dichiarasse il dissesto una volta per tutte, alla luce di quei due miliardi e 600 milioni di euro di disavanzo certificati nel rendiconto del 2019, de Magistris non potrebbe più ambire alla Regione, al Parlamento nazionale o a quello europeo. E così gli altri amministratori locali.

Ma il sindaco può ancora evitare di riconoscere il default? «La legge obbliga i Comuni a dichiarare il dissesto dopo aver verificato le condizioni di squilibrio economico-finanziario», spiega Carlo Iannello, professore di Diritto pubblico alla Seconda Università di Napoli e in passato consigliere comunale. «Il problema – continua Iannello – è che il Comune di Napoli è stato ripetutamente salvato da leggi profondamente sbagliate che hanno consentito all’amministrazione di scongiurare il default approvando dei piani di riequilibrio». In altri termini, il legislatore ha preferito salvare il ceto politico locale, che altrimenti sarebbe stato irrimediabilmente travolto, anziché tutelare i cittadini, ai quali il dissesto avrebbe consegnato una Napoli più efficiente e meno paralizzata.

Già, perché la dichiarazione di dissesto serve proprio a questo: rottamare una macchina appesantita da anni di “guida spericolata” e sostituirla con una nuova. Che, per carità, non sarà una Ferrari, ma nemmeno un ammasso di ferraglia come quella che l’ha preceduta. «Il dissesto mette fine alla gestione squilibrata e obbliga il Comune a operare secondo principi di buona amministrazione – prosegue Iannello – Nel caso di Napoli, avrebbe immediatamente due effetti positivi. I creditori, che attualmente non vengono pagati, riceverebbero una parte delle somme che il Comune deve loro. E i cittadini non subirebbero alcun aggravio, visto che le aliquote delle imposte locali sono già al massimo e i servizi essenziali ridotti all’osso».

Affidare la gestione delle casse napoletane a un commissario, dunque, garantirebbe anche una più accorta gestione del patrimonio e una riscossione dei tributi più efficace ed efficiente. Sarebbero superati, in altre parole, i limiti che, in quasi dieci anni di amministrazione de Magistris, hanno fatto lievitare il disavanzo da 800 a quasi 2mila e 700 milioni. Il primo cittadino, però, sembra non rendersene conto. «La retorica della città ribelle e del sindaco di strada è servita solo a mascherare la spregiudicatezza e l’improvvisazione di de Magistris – conclude Iannello – Non c’è limite alla superficialità».