Il rendiconto appena approvato dalla giunta comunale certifica l’oggettiva condizione di dissesto in cui versa il Comune di Napoli. Due miliardi e 700 milioni di debito! Il documento stigmatizza, è oramai un rituale, «la riduzione dei trasferimenti di risorse da parte del Governo centrale», glissando sul prestito di un miliardo di euro che all’ente fu concesso già nel 2012 dal governo Letta con il piano di riequilibrio pluriennale. All’epoca il Comune – e chi scrive faceva parte della giunta – s’impegnò a restituire il 55 per cento di quelle risorse attraverso le alienazioni del proprio patrimonio di edilizia residenziale pubblica. Nel 2012 le vendite toccarono infatti la cifra record di 3mila unità, per poi fermarsi dal 2013 a oggi. Allora – era la prima giunta de Magistris – si ritenne che la principale leva per il risanamento risiedesse nella valorizzazione e in una maggiore redditività dell’ ingente patrimonio immobiliare del Comune.

Infatti, il 19 gennaio del 2011, su impulso del sottoscritto e degli assessori Narducci e Realfonzo, fu approvata una fondamentale delibera di sistema che si proponeva: l’adeguamento dei canoni di locazione, spesso irrisori e concessi a condizioni di favore, ai valori di mercato; una più incisiva azione di contrasto ai fitti passivi; un’iniziativa concreta per contrastare i fenomeni di illegalità, in primis le occupazioni abusive e l’elusione dei canoni. I primi risultati furono incoraggianti. Nel 2012 riuscimmo a rideterminare una prima parte dei fitti, a colpire diseconomie e sprechi, ad avviare i primi sgomberi di occupanti abusivi, spesso riconducibili a famiglie di noti pregiudicati. È il caso di rammentare un solo dato: per la dismissione del fitto passivo alla Torre Inail di Poggioreale (dove erano ubicati diversi uffici del Comune che costavano 600mila euro l’anno) l’amministrazione ricevette il plauso della sezione campana della Corte dei Conti. Da allora si sarebbe dovuta consolidare una positiva, virtuosa inversione di rotta.

Invece si è preferito tornare alle perniciose e deleterie pratiche del passato. La delibera sul cosiddetto “uso civico” del patrimonio comunale ha portato all’occupazione di decine di immobili da parte di sedicenti movimenti e centri sociali, gli sgomberi furono fermati, la lotta ai fitti passivi bloccata. A ciò si aggiunga l’improvvido e approssimativo affidamento della gestione del patrimonio immobiliare a una società partecipata, già in profonda crisi, come Napoli Servizi e il desolante quadro risulta completo. Il patrimonio da leva del risanamento dei conti e volano di sviluppo per la città è tornato a essere strumento di politiche discrezionali e fonte di insostenibili sprechi, finendo per aggravare le già precarie condizioni degli equilibri finanziari dell’ente.

Inutile quasi sottolineare come il sottoscritto, Narducci, e Realfonzo abbiano assistito – sgomenti – a tale scempio da privati cittadini e non da assessori. È poi il caso di sottolineare come il Governo abbia destinato al Comune, oltre il miliardo del 2012, un altro miliardo senza che ciò mutasse in alcuna misura il senso e la direzione delle scelte della giunta. Altro che il solito ritornello sul taglio dei trasferimenti da parte del governo! È il caso di rammentare ancora una volta la gestione disastrosa delle più significative entrate: l’ente incamera il 40 per cento dei tributi, il 20 per cento delle multe e la Tosap in intere aree della città è oramai una chimera! È stato solo un provvedimento del governo Gentiloni (aspramente censurato dalla Consulta) che, consentendo al Comune di spalmare il debito sui prossimi 30 anni, ha scongiurato il crac finanziario altrimenti inevitabile. Il rendiconto approvato in giunta certifica in maniera definitiva tale disastro che graverà sulle nuove generazioni e sulla città e che una nuova, rinvigorita classe dirigente dovrà prepararsi ad affrontare.