Come nella guerra del Trent’anni – tra il 1618 e il 1648 – ci furono una serie di conflitti che coinvolsero diversi paesi, così, a trent’anni dall’inizio dell’era di Tangentopoli (1992), non ancora conclusasi, vi sono coinvolti diversi partiti e leader politici. Purtroppo è una vicenda senza fine, una lotta di potere senza quartiere, in cui la politica è soccombente. Diciamocela tutta: è sotto scacco della magistratura. Tutto iniziò a Milano, con l’arresto di Mario Chiesa il 17 gennaio 1992, per cui la Procura di Milano costituì il pool Mani Pulite, nome non nuovo per chi conosce la storia dell’Unione Sovietica, laddove, ai tempi delle grandi purghe staliniane, operava un gruppo di magistrati che lavorava a tempo pieno. Il pool Mani Pulite, applicando la custodia cautelare a proprio piacimento, portò a termine il “golpe bianco” che fece tabula rasa del pentapartito salvando la sinistra Dc e il Pci-Pds.

Non è che gli esponenti dei due partiti non ebbero dei guai giudiziari, ma tutto sommato parecchi di meno dei dante causa. Per Gerardo D’Ambrosio, all’epoca vice procuratore, il pool non avrebbe avuto successo senza il supporto di quelle forze politiche. Oltre a queste, c’era la corazzata dei mass media scritti e parlati ad alimentare il furore di una parte degli italiani, quelli che, probabilmente, sono chiamati oggi “No Vax”. Sempre sul piede di guerra contro le istituzioni e, nello stesso tempo, illiberali.
Il pool riduceva lo Stato di diritto a una specie di formaggio svizzero e faceva crescere a vista d’occhio il cosiddetto “panpenalismo”, ovvero la necessità di penalizzare al massimo. Mentre il consenso attorno a Mani Pulite raggiungeva il diapason, la classe politica giocava in difesa tanto da suicidarsi, abolendo l’autorizzazione a procedere per i parlamentari. Vale a dire la riforma dell’art. 68 della Costituzione, avvenuta sotto la spinta del combinato disposto di mezzi di informazione e di opinione pubblica. Il risultato di questa riforma ha portato a uno squilibrio dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario, incidendo negativamente sul regime democratico e liberale.

Il fenomeno corruttivo chiamato Tangentopoli è complesso, ed esprime una realtà economico-politica che non si può ridurre al finanziamento illegale delle Partecipazioni statali ai partiti, come scrive Franco Debenedetti sul Foglio dello scorso 25 febbraio. Il quale, in verità, non tiene conto che i principali gruppi imprenditoriali privati sono stati indagati. D’altro lato, non va sottaciuto l’arricchimento personale, piccola cosa di fronte al mansalva del finanziamento illegale ai partiti. Insomma, se Tangentopoli è stata la causa, Mani Pulite è stato l’intervento delle Procure per estirpare il cancro del “malaffare”, conosciuto dall’universo mondo e sempre taciuto. Se Tangentopoli è stato il cancro, Mani Pulite è stata l’aspirina esiziale nel curare il male. Al che Francesco Saverio Borrelli, ex procuratore generale di Milano e capo del pool di Mani Pulite, aveva tirato le somme: “Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare in questo attuale”. Chiaramente un autodafè. Dall’inizio di Tangentopoli, la realtà sotto l’aspetto politico e giudiziario è peggiorata, con il giustizialismo pandemico in cui affondano l’idea di diritto liberale e il processo penale. Siccome il pool Mani Pulite avrebbe dovuto rivoltare l’Italia come un calzino – secondo il davighismo, il Davigo-pensiero, il “rivoltatore di calzini” -, ci siamo trovati con il sovranismo e il populismo che hanno acuito la crisi della democrazia rappresentativa. E poi, con lo scoperchiamento del vaso di Pandora giudiziario, si è visto il passaggio dall’ordinamento della magistratura al potere del partito dei pm, senza alcuna responsabilità.

L’effetto Luca Palamara è stato dirompente, ha fatto venire alla luce il sistema su cui si appoggiava la magistratura che regolava, di conseguenza, la vita politica, economica e finanziaria del Paese. Attraverso i due libri di Sallusti e Palamara Il sistema e Lobby & logge – si comprendono molti avvenimenti che hanno sconvolto in qualche misura la politica. La magistratura non ha avuto un potere salvifico, come tanti italiani credevano. Anzi, è accaduto tutt’altro. Di fatto, c’è stato il sorgere, sull’onda giudiziaria-populista, del Movimento 5 stelle, che ha fatto fare passi indietro all’Italia, di cui oggi paghiamo amaramente il prezzo. Portatore dell’“uno vale uno e l’uno vale l’altro”, sicché il sapere e l’ignoranza sono uguali. Siamo, insomma, al “trionfo degli apedeuti”. Non è tutto. Il ministro della Giustizia Bonafede, con la sua legge “spazza corrotti”, aveva annunciato la fine della corruzione e Di Maio, con il suo provvedimento sul lavoro, proclamò da un balcone di Palazzo Chigi la fine della povertà. E, di seguito, la decrescita felice, il reddito di cittadinanza concepito con i piedi…

Chiacchiere e distintivo. Con gli altri partiti che non hanno aiutato l’Italia a uscire dalla crisi. La Lega di Salvini ha cambiato pelle rispetto alla Lega Nord di Bossi, diventando soggetto nazionale ma non con i risultati sperati nel Mezzogiorno. Così come un pendolo oscilla fra partito di lotta e di governo, entrando talvolta in palese contraddizione. Infine, l’unica cosa buona che ha fatto il “Capitano” è stato l’aderire ai referendum sulla giustizia del Partito radicale. Ancora. I Fratelli d’Italia della Meloni hanno dimostrato i propri deficit culturali e politici, nascondendosi sotto il fatuo patriottismo, lo statalismo assistenziale, l’anti-scienza allacciando alleanze in politica estera con forze reazionarie, come i filo-franchisti e i sovranisti di Vox, e con quelle conservatrici del Gruppo di Visegrad, l’alleanza composta da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia . Al dunque, lo stesso Partito democratico, senza alcuna identità, oscilla sul terreno delle alleanze, avendo come unico obiettivo stare al governo.

Un quadro desolante, in cui il trasformismo ha frazionato il sistema partitico e accresciuta la conflittualità politica. La presenza di tecnici alla guida degli esecutivi che si sono succeduti in questi decenni e la riproposizione del secondo mandato ai presidenti della Repubblica di questi ultimi 16 anni, è la prova provata della crisi della politica e della mancanza di una classe dirigente patriottica nel vero senso della parola e a misura del vuoto politico di questi tempi malvagi. Da tutti i punti di vista si vede che l’Italia è corrosa dal vuoto politico. Proprio a trent’anni dal discorso di Craxi alla Camera, quando il leader del Psi sostenne che: “Nella vita democratica di una nazione non c’è nulla di peggio del vuoto politico. Da un mio vecchio compagno e amico (Pietro Nenni, ndr), che aveva visto nella sua vita i drammi delle democrazie, io ho imparato ad avere orrore del vuoto politico. Nel vuoto tutto si logora, si disgrega e si decompone”. Non a caso il vuoto dei partiti è stato occupato dal potere giudiziario.