Lui aggrappato al mito di quella Procura che fu. Intorno, il silenzio tombale nel mondo delle toghe. Ma anche dei signori grandi firme del giornalismo, se si eccettua un affettuoso sberleffo di Vittorio Feltri. Francesco Greco ha lasciato le sue memorie su due pagine del Corriere della sera e l’unico a farsi vivo con lui, secondo il Fatto, sarebbe il suo ex amico Piercamillo Davigo con una minaccia di querela. Non proprio un’uscita da star, per l’ultimo protagonista di Mani Pulite che sta salutando amici e nemici prima della pensione. E non è neanche giusto che paghi lui per l’arroganza di Borrelli, la gestualità di Di Pietro con i polsi alzati in aria a evocare le manette, la doppiezza di Colombo, la finta sottigliezza giuridica di Davigo, e tutto il resto. Quel sistema ambrosiano che fu maccartismo politico e violazione delle regole accettata e osannata.

Ma per Francesco Greco, che nella vita precedente al 1992 seppe anche essere scanzonato e simpatico, Mani Pulite è diventato, pare, ormai la sua sola identità. E lungo tutta l’intervista, condotta con esagerata compiacenza da Milena Gabanelli, anche quando parla di Amara piuttosto che di Storari, aleggia quella storia lì. L’orgoglio e il pregiudizio, potremmo chiamarlo. Vivere di un ricordo senza avere la forza di analizzarlo, di vederne luci e ombre, avere solo l’orgoglio di esser stati il Bene in lotta contro il Male e convivere con questo pre-giudizio che non accetta interferenze. Vale la pena di citare qualche frase, in cui la scelta di ogni parola pare un intero programma (e sarebbe stato interessante aver potuto guardare anche il linguaggio del corpo).

Tutto quello che è il “nemico” di oggi, Davigo, che è anche parte di ieri, molto più che Storari, è liquidato con sprezzo: i verbali sono scambiati “sottobanco”, con “consegna clandestina”, e una ricostruzione dei fatti poi “crollata come un castello di sabbia”. Il tutto “nell’interesse di Davigo”, frase un po’ oscura che forse allude agli equilibri e squilibri di quei giorni all’interno del Csm, di cui il finto Dottor Sottile era ancora membro. Ma anche al fatto che in quelle carte sulla Loggia Ungheria – di cui vorremmo tanto sapere se esiste o se è stata opera di fantasia e in questo caso a chi era destinata la polpetta avvelenata- si diceva che tra le promozioni pilotate di alti magistrati c’era anche la sua. Si deduce quindi che il procuratore Greco abbia ragione di pensare che il suo ex collega Davigo stesse tramando contro di lui? Visto che su quella Loggia e su quelle carte stanno indagando – ce lo dice lo stesso procuratore di Milano – i colleghi di Roma, Perugia, Catania, Reggio Calabria, Potenza, Firenze, possibile che ci sia tra tutti la congiura del silenzio? E che lo stesso Greco non abbia ancora voluto sapere, tanto da suscitare la ribellione di Storari e poi il coinvolgimento di Davigo?

Non sono sassolini che escono dalle scarpe, c’è molto di più. C’è la denuncia, nelle parole del procuratore, di un vero complotto. Non solo contro di lui, ma nei confronti di quel che lui rappresenta, o pretende di rappresentare, cioè la medicina, la soluzione contro quelli che la sua intervistatrice indica come “i grandi mali del Paese: l’evasione fiscale e la corruzione”. È proprio questo il punto, la pretesa, da parte di questo gruppo di magistrati, di essere intoccabili e predestinati a purificare la società. E di considerare uno sfregio, un’offesa da lavare con il sangue, qualunque osservazione critica su un metodo che da venticinque anni non è mai cambiato. Un metodo fuori dalle regole, che Greco vede in modo opposto. “Questa Procura ha sempre rappresentato l’indipendenza e la libertà dei magistrati. E’ questo simbolo che deve essere abbattuto. Io non ho mai visto una campagna mediatica quotidiana così compatta e violenta come quella che è in corso in questi mesi, utilizzando la vicenda Storari e l’assoluzione in primo grado dell’Eni. E no, caro procuratore, caro Francesco se mi permetti, non ci siamo proprio. Prima di tutto stai parlando dalle colonne del primo quotidiano italiano, senza che neanche una virgola del tuo passato e del presente ti venga contestata. E di campagna mediatica “compatta e violenta” credo che i pubblici ministeri del pool cosiddetto Mani Pulite avessero qualche conoscenza.

Non si può archiviare come piccolo episodio del passato quell’apparizione truculenta di quattro toghe che in modo totalmente incongruo rispetto al loro ruolo, andarono in tv a spiegare che senza le manette non avrebbero più potuto condurre inchieste, svolgere il loro lavoro. Era il 1994 e non solo protestavate contro un provvedimento del governo, il decreto Biondi sulla custodia cautelare, ma lo facevate in modo violento, appunto, e imbroglionesco. Come mai non avete mai spiegato ai cittadini, magari andando di nuovo in tv, che dopo il ritiro del decreto è rientrato in carcere meno del dieci per cento di coloro che ne erano usciti? E che dei 2.750 liberati solo 43 erano imputati di Tangentopoli? Questo per mettere i puntini sulle “i” a proposito di violenza mediatica. Sempre ricordando che solitamente sono gli imputati, specie quelli che verranno dopo anni riconosciuti innocenti, a subirla, spesso anche da parte di chi -certi magistrati- per ruolo istituzionale se ne dovrebbe astenere.

Quanto alla sentenza del processo Eni, a parte quel gerundio (“utilizzando”) infilato in modo un po’ stravagante nella costruzione della frase, non è proprio materia così estranea al famoso rito ambrosiano, quello che non conosceva regole perché tutto era concesso. Le accuse che vengono mosse ai due pubblici ministeri, di una certa disinvoltura nel presentare o sottrarre prove e testimonianze non ricalcano proprio lo stesso modus operandi dei tempi di Mani Pulite? Sono rimasta stupita nel leggere un’altra frase dell’intervista, perché è un po’ come se Greco si fosse tirato la zappa sui piedi. Dopo essersi ampiamente lodato, fingendo in modo ironico di fare autocritica per aver modernizzato con l’informatizzazione la procura della repubblica di Milano, aggiunge “ho sottovalutato la diffusione sempre più estesa di una mentalità che risponde a logiche più burocratiche rispetto a quelle in cui ho maturato la mia esperienza professionale”.

Ecco, non è possibile, in ipotesi, che questi pubblici ministeri che vengono bollati come burocrati, e in seguito anche come corporativi, semplicemente non apprezzino una certa disinvoltura rispetto alle regole? Per esempio quelle più violate, come l’obbligatorietà dell’azione penale, tirata come un elastico a seconda di quel che serviva, piuttosto che la competenza territoriale scippata da Milano ad altre procure perché l’importante era solo CHI si poteva permettere di svolgere certe indagini? E l’uso distorto della custodia cautelare infine, perché come diceva il procuratore Borrelli, non è che arrestiamo per far parlare l’indagato, ma lo scarceriamo solo dopo che ha parlato? Qualcuna di queste cosucce, del passato e del presente, avresti potuto chiedere al procuratore Greco, cara Gabanelli. Magari la prossima volta.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.