Chissà se anche in favore del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale si muoveranno le toghe milanesi, come fecero nei confronti del sostituto Paolo Storari, per evitargli un trasferimento per incompatibilità. Allora l’operazione-solidarietà aveva avuto successo, tanto che il Csm aveva respinto la richiesta avanzata nei confronti del dottor Storari dal procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi.

La notizia che la prima commissione del Csm aveva aperto una procedura di trasferimento per “incompatibilità ambientale” nei confronti del pm del processo Eni è planata sul palazzo di giustizia di Milano mercoledì sera. Non proprio un fulmine a ciel sereno. Forse prevedibile, ma non scontata. In altri tempi non sarebbe accaduto, perché erano quelli in cui un pubblico ministero contava più di un ministro ed era più facile vedere un membro del Parlamento o addirittura del governo in carcere piuttosto che un magistrato dell’accusa “attenzionato” dal Csm.
L’iniziativa della prima commissione ha probabilmente le sue radici nella sfilata di pm e giudici milanesi che nel luglio scorso andarono a portare la propria testimonianza sul terremoto che ha investito la procura del capoluogo lombardo. Una serie di audizioni di toghe giovani e meno giovani che hanno mostrato in gran parte, per quel che se ne sa, di non avere troppi peli sulla lingua. C’è prima di tutto un problema generazionale, una vera insofferenza per esempio dei sostituti di recente conio verso il procuratore capo Francesco Greco, ormai con un piede nel pensionamento, cui mancano solo due mesi. C’era stata una prima rivolta quando il dirigente aveva imposto ai sostituti di chiedere l’autorizzazione all’aggiunto di riferimento prima di assumere iniziative.

Ma poi c’è stata tutta la ragnatela del processo Eni, in seguito a cui – e questo è veramente inusuale e sorprendente – presso la procura di Brescia sono indagati ben quattro pm milanesi, tra cui il capo dell’ufficio, e un ex di peso come Piercamillo Davigo. Quest’ultimo, insieme a Paolo Storari deve rispondere di rivelazione del segreto d’ufficio. È la storia della chiavetta informatica contenente le rivelazioni dell’avvocato Piero Amara sulla Loggia Ungheria, quella che avrebbe complottato per promuovere magistrati, tra cui lo stesso Francesco Greco. Storari aveva ritenuto rilevante quella testimonianza, ma in senso negativo, tanto da voler chiedere l’arresto dell’avvocato per calunnia. Sorprendentemente però il capo dell’ufficio aveva a lungo tentennato, tanto che il giovane pm aveva fatto il passo falso di consegnare la deposizione al suo mentore Davigo, allora membro del Csm, senza percorrere le vie ufficiali.

Ma rispetto al turbinio di quel che è successo dentro e fuori l’aula del processo Eni-Nigeria siamo appena ai peccati veniali. E il fascicolo aperto a Brescia nei confronti di Francesco Greco per omissione di atti d’ufficio pesa più di un semplice conflitto tra il capo dell’ufficio e un suo sostituto. Perché il sospetto è che per il vertice della procura di Milano fosse più rilevante preservare testimoni d’accusa che potessero inchiodare l’Eni nel processo per corruzione internazionale, piuttosto che l’osservanza delle regole e la verifica della genuinità delle testimonianze. E qui entra in scena anche il dottor Fabio De Pasquale, che insieme al collega Sergio Spadaro ha sostenuto il ruolo dell’accusa nei confronti della multinazionale del petrolio, e che con lui è indagato a Brescia per rifiuto d’atti d’ufficio.
Nella sentenza di assoluzione della presidenza Eni viene contestato in toto il sistema accusatorio dell’aggiunto De Pasquale.

I giudici rammentano una sua dichiarazione del 21 luglio 2020: “Non chiedeteci una probatio diabolica”, aveva detto. E poi: “…bisogna utilizzare anche gli indizi, bisogna utilizzare tutto ciò che si conosce, non bisogna cercare banalmente, come se fosse la serie televisiva, la pistola fumante”. Ma il punto è questo: i pm De Pasquale e Spadaro, oltre a non cercare la pistola fumante, hanno anche ignorato le testimonianze a favore degli imputati sottraendole al giudizio del tribunale? Inoltre: non è vero che avevano al contrario tentato di fare entrare nel processo una dichiarazione dell’avvocato Amara che avrebbe costretto il presidente Tremolada ad astenersi e far saltare il processo intero? Ai giudici il verdetto. Intanto staremo a vedere se e quanti colleghi di Milano chiederanno al Csm di non trasferire Fabio De Pasquale.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.