Sul caso Eni-Nigeria si muove anche il ministero della Giustizia. Dagli uffici di via Arenula è stata avviata un’inchiesta amministrativa in merito al comportamento tenuto dal procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro, attualmente indagati dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio.

Il Ministero guidato da Marta Cartabia ha chiesto all’ispettorato di svolgere accertamenti preliminari, al fine di una corretta ricostruzione dei fatti, attraverso l’acquisizione degli atti necessari.

Il caso che ha portato ad indagare Spadaro e De Pasquale nasce dal processo sulla presunta tangente pagata dall’Eni, compagnia petrolifera italiana, alla Nigeria. Un processo che si era concluso a marzo con l’assoluzione di tutti gli imputati, tra cui Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, ex e attuale amministratore delegato di Eni.

Nelle motivazioni depositate dai giudici milanesi si leggeva che “risulta incomprensibile la scelta del Pubblico Ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che reca straordinari elementi a favore degli imputati”. Il riferimento era ad un video registrato di nascosto dall’ex manager Eni Vincenzo Armanna, imputato nel processo e testimone sulle cui dichiarazioni si era basata buona parte dell’accusa della Procura di Milano, mentre parla con l’avvocato Piero Amara, ex legale di Eni e noto per le sue dichiarazioni sulla loggia Ungheria, recentemente arrestato per una inchiesta sull’ex Ilva di Taranto.

Nel video Armanna rivelava l’intenzione di ricattare i vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare “una valanga di merda” e “un avviso di garanzia” ad alcuni dirigenti della società.

Secondo l’accusa della procura di Brescia Spadaro e De Pasquale, pur avendo la consapevolezza della falsità delle prove portate dall’ex manager di Eni Armanna, avrebbero omesso di mettere a disposizione delle difese e del Tribunale gli atti.

Nella giornata di lunedì gli inquirenti bresciani avevano anche chiesto al Tribunale di Milano di aver copia delle motivazioni, depositate mercoledì scorso, della sentenza del processo Eni-Nigeria conclusosi con 15 assoluzioni.

Redazione