La Procura di Milano – che ha portato a processo e accusato di reati molto gravi i vertici dell’Eni, compreso l’amministratore Claudio Descalzi – ha nascosto al Tribunale una prova fondamentale che scagionava lo stesso Descalzi. Si tratta di un filmato nel quale il principale teste di accusa dichiarava che intendeva accusare i vertici dell’Eni per ricattarli, e minacciava di trascinarli nel fango.

Il filmato risale esattamente a due giorni prima del momento nel quale l’accusatore si presentò in procura per accusare l’Eni e aprire il famoso scandalo Eni Nigeria. L’ufficio del Pubblico ministero possedeva questo filmato ma non lo ha esibito al processo, nascondendolo alla difesa e ai giudici. È stato uno degli avvocati della difesa che lo ha scoperto per caso, depositato agli atti di un altro processo in un’altra città, e ne ha chiesto l’acquisizione. Il Pm, in particolare il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, ha chiesto che non fosse acquisito perché – ha sostenuto – era di scarsa rilevanza. la Corte invece ha imposto l’esame del filmato e lo ha considerato decisivo per scagionare gli accusati. Tutto questo è scritto, anche con una certa indignazione, nelle motivazioni della sentenza di assoluzione (emessa il 17 marzo) che sono state rese pubbliche ieri.

Scandalo Eni-Nigeria e prove nascoste, indagati i pm De Pasquale e Spadaro

Il filmato fu realizzato (di nascosto) dal famoso avvocato esterno dell’Eni, Piero Amara, e contiene una dichiarazione di Vincenzo Armanna – che appunto è il teste d’accusa – il quale – è scritto nella sentenza – dichiarava di pianificare ”un ricatto ai vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai Pm milanesi per far arrivare una “valanga di merda” e un avviso di garanzia ad alcuni dei dirigenti apicali della compagnia”. Nella motivazione dell’assoluzione c’è anche scritto testualmente: “Risulta incomprensibile la scelta del Pubblico ministero di non depositare tra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell’auspicata conseguente attivazione dell’attività inquirente, reca straordinari elementi a favore degli imputati”. Una frustata in faccia alla Procura.

Il Procuratore aggiunto del quale stiamo parlando è un personaggio molto noto in magistratura. Ha al suo attivo due procedimenti giudiziari importantissimi e contestatissimi. Quello che nel 1993 portò al suicidio dell’allora amministratore dell’Eni Gabriele Cagliari, e quello che a partire dal 2001 portò all’unica condanna subita da Silvio Berlusconi nel corso dei circa 70 processi che ha subito, quella per l’affare Diritti-Mediaset, stranota per la sentenza della Cassazione – quella che uno dei giudici sostenne fosse stata la decisione di un “plotone di esecuzione” – e che ancora è sotto la lente di ingrandimento del tribunale di Brescia e della Corte di giustizia europea.

Stavolta De Pasquale è stato trattato con una certa ruvidezza dai giudici. I quali sembrano emettere, insieme alla sentenza di assoluzione per gli imputati, anche una sentenza di condanna ferma, e abbastanza sdegnata, per i Pm della Procura. È un nuovo capitolo di magistratopoli. Certo, ormai nessuno più si stupisce. Però a me pare che risulti sempre più chiaro come la degenerazione nella magistratura non riguardi solo i sistemi di spartizione del potere, ma tocchi direttamente il funzionamento della giustizia. In genere, quasi sempre, a danno degli imputati. Nel caso del quale stiamo parlando, probabilmente, se un avvocato non avesse scovato fortunosamente il filmato, ci sarebbe stata la condanna degli imputati. Con effetti devastanti per le loro vite, e forse anche per l’Eni.

Succede spesso? Succede anche in altri processi che i Pm celino elementi di prova o indizi favorevoli agli imputati? Io penso di sì. Ed è molto difficile che questo vizio possa cessare se non c’è nessun modo per controllare il Pm. Voi credete che i Pm che hanno nascosto il filmato pagheranno per questo loro gravissimo errore professionale? Io sono pronto a scommettere che non pagheranno. Resteranno al loro posto, anche di altissima responsabilità, e potranno continuare a sbagliare e a influenzare negativamente i propri colleghi. È questo il prezzo che dobbiamo pagare alla sacra religione dell’indipendenza della magistratura intesa come diritto alla assenza di ogni controllo? Beh, allora non assomiglieremo mai agli altri paesi occidentali, dove esiste da molti decenni lo stato di diritto.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.