In questi anni abbiamo spesso letto che la sinistra ha dimenticato gli operai. Ma forse dovremmo anche indagare l’opposto: se cioè non siano gli operai ad aver dimenticato i princìpi della sinistra. Le proteste contro il green pass ci aiutano a fare questa analisi. A partire da Trieste, si sta estendendo la protesta dei portuali contro il certificato verde. Lunedì nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia hanno sfilato in quindicimila, numeri della questura, che sappiamo tende a calcolare per difetto e mai per eccesso. Le rive della città si sono riempite di lavoratori, delle loro famiglie e di tanti cittadini. Faceva impressione. Non eravamo davanti alle immagini dell’assalto alla Cgil, quindi a uno dei luoghi che simboleggiano la democrazia, il che ci mette subito dalla parte della ragione.

Il corteo di Trieste è più complesso, ricco di sfumature ma proprio per questo ben più drammatico perché ci racconta di come è cambiata la lotta operaia e di come ci sia una frattura tra le sigle confederali e il mondo del lavoro. A Trieste non ci sono stati assalti, hanno sfilato quasi l’80/90 per cento dei portuali che per venerdì hanno annunciato lo sciopero. Che cosa è accaduto? Perché protestano? Alcuni commentatori di sinistra, che in questi anni hanno usato sempre la stessa chiave di lettura, colpevolizzano la sinistra perché, dicono, ha dimenticato i diritti degli ultimi. Ma questi lavoratori non sono ultimi e hanno garantiti i diritti. Grazie anche all’azione dell’attuale presidente Zeno D’Agostino il porto di Trieste non solo si è rilanciato a livello internazionale ma ha rimesso al centro il mondo del lavoro, i suoi diritti e la sua sicurezza. Eppure non basta. Gli operai non si vogliono vaccinare e anche davanti alla proposta di tamponi gratuiti minacciano uno sciopero ad oltranza se non verrà ritirato l’obbligo del green pass. La rottura è totale.

Qualche mese fa i portuali erano scesi in piazza per difendere Zeno d’Agostino che era stato licenziato per un presunto conflitto d’interessi. Con lui l’accordo era forte. Oggi è muro contro muro. D’Agostino si è detto pronto a dimettersi se i lavoratori andranno avanti dopo il 15 con uno sciopero ad oltranza. Colui per cui si erano battuti, oggi è diventato il nemico numero uno. Non certo perché non garantisce i loro diritti sul luogo di lavoro, non certo perché non abbia messo al centro la loro dignità. La risposta del comitato dei lavoratori del porto è stata durissima: «Ricordiamo al presidente D’Agostino che nel momento in cui lo Stato lo ha colpito i suoi portuali lo hanno difeso a spada tratta. Ora che i portuali hanno deciso di difendere loro stessi e le altre categorie di lavoratori con le sue dimissioni dimostra di non voler lottare al loro fianco. Gli auguriamo buon lavoro e gli porgiamo i più cordiali saluti». Parole che suonano come un benservito.

È successo qualcosa. Una contorsione ideologica. E così i lavoratori vanno in piazza non per il bene comune, rappresentato dalla lotta al covid, ma per rivendicare una libertà che non ha niente dello spirito solidaristico ed ugualitario. È semmai una battaglia che mette al centro una libertà tutta personale, egoistica. Ma che cosa c’entra questo con la storia del movimento operaio? Che cosa c’entra con i princìpi della sinistra? Oggi la lotta contro il green pass è diventata una bandiera. Ma una bandiera diversa da quella che abbiamo sventolato nel Novecento. Si possono fare una serie di supposizioni. Chi va in piazza lo fa perché comunque avverte le decisioni di chi governa, al di là del loro valore o del merito, come distanti, imposte dall’alto. Si consuma in questo modo, come del resto già rivelato in maniera drastica dall’astensionismo, una rottura tra rappresentanti e rappresentati. Le manifestazioni contro il green pass sono la conseguenza della crisi della democrazia rappresentativa di cui tanto si parla, ma è come se fosse uno spettro da tirare fuori a convenienza nella analisi per poi dimenticare che si tratta di un fattore serissimo. Dieci di anni populismo hanno prodotto anche questo. La crisi era iniziata ben prima, ma si è voluta usare questa scorciatoia che ha inasprito la spaccatura e ha lasciato il Paese in mutande su tutto il resto, a partire dalla condizione dei migranti usati da un certo mondo politico e trattati non certo da esseri umani.

Un altro fattore da analizzare riguarda la composizione di classe di queste proteste. Secondo alcuni chi manifesta anche contro il green pass lo fa perché economicamente svantaggiato, riducendo – sì riducendo – la questione dell’identità in una società complessa come quella odierna a un fattore esclusivamente economico. Non è così. Il caso di Trieste dimostra come non si ha a che fare con il sotto proletariato. La composizione di classe è variegata, come variegata è anche l’ideologia politica, ciò che unisce coloro che protestano è l’affermazione di una idea di libertà che come abbiamo detto è tutta fondata sulla propria persona, sul proprio tornaconto. Sarebbe bello dare tutta la colpa alla sinistra e per questo cercare, come scorciatoia politica, di mettere insieme il Pd e quei 5 stelle fino a poco tempo fa (ma ora non più) legati a quel mondo arrabbiato in cerca di identità e di autore. Sì, davvero sarebbe bello perché ci vorrebbe poco a rimettere in piedi la democrazia e a sanare la crisi della rappresentanza. Queste piazze, queste proteste ci raccontano che non è così. Che la situazione è ben più grave e che lo sforzo da fare – politico, culturale, sociale – è molto più serio e impegnativo, ma non più procrastinabile.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica