Come da facili pronostici la “Rivoluzione d’agosto” si è compiuta. Con la fretta del blitz e la solita solennità, la piattaforma Rousseau ha deliberato: il Movimento 5 stelle cambia regole, pelle e linea politica. Cade il limite del doppio mandato per gli eletti pentastellati, così Virginia Raggi può ufficialmente correre per la riconferma a sindaca di Roma. Cade anche il divieto di alleanze con i “partiti tradizionali” alle elezioni amministrative. E il nuovo centro-sinistra vagheggiato da Beppe Grillo e Nicola Zingaretti sembra assumere finalmente una forma. Il regista di questa svolta, vestita di sabbia e pragmatismo, è Luigi Di Maio, capo politico del M5s sulla carta “ex” ma adesso decisivo nel Movimento come non lo era da tempo, a scapito del premier Giuseppe Conte.

Ieri 48.975 simpatizzanti con diritto di voto hanno partecipato al referendum indetto sulla piattaforma Rosseau con due quesiti dal valore ontologico e politico. Il primo chiedeva al popolo pentastellato di concedere o meno ai vertici del Movimento di “modificare il cosiddetto mandato zero”, cioè di bypassare il tetto dei due mandati per gli amministratori locali. E l’80% dei partecipanti si è espresso positivamente, archiviando uno storico totem grillino, sempre usato dagli esponenti M5s come un ariete contro la casta della politica. Durante la campagna elettorale del 2018 l’allora candidato premier pentastellato Di Maio sosteneva fiero: «Il tema del limite doppio mandato per noi è fondamentale e si basa su un concetto importante: non esistono politici di professione».

Ma il tempo, si sa, cambia tutto. La “legalizzazione” del terzo mandato dà il via libera alla Raggi, alle cui spalle pendevano un mandato da consigliera comunale di opposizione e un altro da sindaca. La prima cittadina, che ringrazia e rilancia “ora avanti a testa alta. #Insieme”, giorni fa si è ricandidata alla guida della Capitale, come già consapevole del benevolo esito che la votazione on-line avrebbe concesso a lei e a tutti gli amministratori locali del Movimento, adesso autorizzati a proseguire serenamente la loro carriera di politici impegnati nel territorio. Perché evidentemente nel mondo grillino l’esperienza acquisita nel tempo dentro le istituzioni è ormai un valore.

Anche se guai a parlare di “politici di professione”. Raccontata come la “norma Raggi”, la concessione fatta per gli amministratori locali si inquadra come precedente storico per il terzo mandato dei parlamentari. Dal presidente della Camera Roberto Fico al reggente Vito Crimi, passando per la passionaria Paola Taverna, il Guardasigilli Alfonso Bonafede e lo stesso Di Maio: sono tanti i big grillini attualmente eletti in Parlamento che non potranno ricandidarsi alle elezioni politiche in caso di mantenimento dell’attuale vincolo del doppio mandato. Chiaramente la deroga in favore di sindaci e consiglieri comunali avvicina quella per i parlamentari. Una beffa per Alessandro Di Battista, non a caso ancora silente sul tema, che alle scorse politiche non si era candidato proprio per mantenersi libero lo slot elettorale.

E una sconfitta per Davide Casaleggio, paradossalmente non più padrone della “macchina” Rosseau, ostile alla deroga e alla ricandidatura dei tanti parlamentari che in questa legislatura si sono ribellati a lui e alla sua organizzazione. Il secondo quesito, ancora più politico, chiedeva alla base grillina il “permesso” per stringere alleanze con “i partiti tradizionali” alle elezioni amministrative. E il 59,9% dei partecipanti ha dato il via libera, abbattendo un altro totem della storia pentastellata, quello basato sul titanismo politico e la splendida solitudine degli onesti contro il Palazzo e la casta. Adesso il Movimento, in crisi di risultati negli appuntamenti locali e marginale -se da solo- alle elezioni regionali di settembre, può rafforzare l’alleanza con il Partito Democratico, esportando nel Paese il modello giallo-rosso, finora visibile -e non sempre funzionante- solo in Consiglio dei ministri.

D’altronde in Puglia, Campania, Veneto, Toscana e Marche, M5s e Pd marciano divisi, limitandosi all’alleanza ligure sotto il vessillo del giornalista del Fatto Ferruccio Sansa. Adesso però potrebbe cambiare qualcosa e già si parla di convergenza nelle Marche sul nome del dem Maurizio Mangialardi, e tanti altri tavoli saranno riaperti, sulle regionali e sulle amministrative. Proprio la sfida nella Capitale potrebbe però vedere i due partiti ancora avversari. Il segretario democratico Nicola Zingaretti ha commentato positivamente la svolta del Movimento ma ha chiuso al sostegno della Raggi: “Sono stati cinque anni drammatici”. Probabile una convergenza in un eventuale ballottaggio. Anche perché il dado è tratto, con un festante Di Maio che parla di “nuova era” per il suo partito.

Il sostegno del ministro del ministro degli Esteri a questa svolta colpisce: è stato per lungo tempo il principale ostacolo all’intesa con il Pd e ha spesso incalzato il governo “da destra”, su immigrazione e non solo, sulla scia di una costante nostalgia dell’esecutivo insieme alla Lega. Eppure, è stato lui il promotore di questa accelerazione verso “sinistra”. Probabilmente perché ritiene ormai ineluttabile l’abbraccio con il Pd e allora preferisce essere lui a fare da tramite fra democratici e pentastellati. Certamente non gli dispiace scavalcare il premier Conte nei rapporti diplomatici con gli alleati di governo. E tornare a essere, anche senza titolo, il capo politico del Movimento. Sognando di tornarlo a essere al primo congresso del Movimento, anche a costo di dover cantare adesso un paio di volte “Bandiera rossa” in spiaggia.