La sinistra di questi tempi ha tanti problemi, e questa non è certo una novità. Primo fra tutti c’è il tema della leadership, di chi guiderà la coalizione e di come individuarlo con il balletto del “primarie sì, primarie no”. Poi segue il tema del programma e del perimetro che si intende dare alla coalizione stessa. Perché non serve essere dei ferventi meloniani per individuare elementi di incompatibilità tra le posizioni dei vari partiti che dovrebbero comporre il cosiddetto “campo largo”. Il condizionale è d’obbligo, in quanto non è chiaro se il Kraken e la sua nuova creatura mutante “Casa Riformista” faranno o meno parte della coalizione, vista anche l’esclusione dalla foto di gruppo e dalla tragicommedia tutta a sinistra del comizio di Napoli. L’unico che ad oggi procede sulla sua strada è consapevole di essere l’unico in grado di affrontare nell’arena la Premier è Giuseppe Conte. Elly Schlein è in piena pausa teatrale, ma non è un mistero che le sue assenze facciano più rumore delle sue posizioni politiche. “Che fine ha fatto la Schlein?” è forse la frase più abusata dai commentatori da quando l’obamiana di casa nostra ha conquistato il Nazareno. L’errore fatale Schlein lo ha commesso sulle preferenze, dove, pur di ottenere una vittoria effimera e di brevissima durata — neanche di Pirro —, ha sacrificato un messaggio politico che avrebbe potuto differenziarla persino rispetto a Conte, e porla come unica competitor nell’immaginario collettivo di Giorgia Meloni.

Perché i veri leader, gli strateghi — come avrebbero detto gli ateniesi —, si scorgono in queste sfumature in cui si agisce puntando a un obiettivo che ai più può essere anche difficile da comprendere, ma funzionale all’ottenimento di un risultato futuro. Quella sottile distinzione tra strategia e tattica che fa, e non poco, la differenza in politica come in guerra (von Clausewitz semi-citado). Ma Schlein ha su di sé il segno dell’incompiutezza che l’elettorato avverte e che rappresenta il vero e unico ostacolo alle sue ambizioni, rivendicate unicamente sul dato che i sondaggi attribuiscono al PD. Per questo i prossimi mesi saranno decisivi per rispondere a due domande esistenziali nella vita di quello che si definisce “campo largo”: chi siamo e dove andiamo?

Alla prima dovrà inevitabilmente rispondere l’assemblea dei leader che ad oggi compongono la coalizione; alla seconda — e qui viene il problema — risponderanno gli elettori. In verità, oltre all’anomalo rapporto con i centristi, il vero elemento preoccupante per la sinistra è l’astrattismo programmatico. Non c’è una sola proposta, tanto in politica interna quanto estera, che trovi la coalizione unita. Se il problema è minimo quando si è all’opposizione, quando si governa la questione è molto più pericolosa, perché incide sull’agibilità politica dell’esecutivo. L’altro tallone d’Achille è il fatal binomio sicurezza-immigrazione, dove la sinistra ad oggi non ha nessuna proposta credibile, fatto salvo per alcuni posizionamenti ideologici oggi smentiti persino dal nuovo corso intrapreso dall’Unione Europea. Nel casting che dovrebbe comporre l’immaginario governo di sinistra (in barba a ogni scaramanzia), oltre ad Ernesto Ruffini, che sembra aver abbandonato le velleità di leader per mancanza di seguito e voti (non proprio dettagli in politica), c’è Franco Gabrielli: il federatore che non fu, che ora punta al ruolo di regista in quelle materie incandescenti per la sinistra e il cui curriculum, mano alla mappa, ha più autorevolezza di Bonelli, Fratoianni e Ilaria Salis — quest’ultima probabilmente prossimo ministro del Lavoro.

Ma è proprio sull’immigrazione, come riportato da Il Messaggero, che Gabrielli parte male, proponendo persino un ministero ad hoc, cosa di cui non si ha alcun bisogno. Stesso profilo basso sulla sicurezza nelle città, dove la sinistra non riesce ad ammettere il rapporto tra immigrazione e criminalità e il fallimento del multiculturalismo. Lo vediamo anche oggi nel silenzio con cui i giornali progressisti hanno taciuto la notizia della morte della cinquantenne falciata a Modena dal marocchino di seconda generazione, in quello che non si è voluto definire per quello che è stato: un vile attentato terroristico di matrice islamica. Un silenzio prima che politico, culturale, a giudicare dalla carica con la quale, ad indagini in corso, si è già scelto di imputare ogni responsabilità ai due agenti di polizia nel caso di Bologna. Tutti nodi che la sinistra non vuole — e, peggio ancora, non riesce a — sciogliere.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.