Il quadro tracciato giovedì scorso dal sottosegretario all’Interno Ivan Scalfarotto, nel corso dell’audizione in Commissione diritti umani del Senato sulle condizioni delle oltre 117.000 persone di nazionalità ucraine arrivate in Italia dalla fine di febbraio, restituisce la complessità della macchina amministrativa impegnata nell’assistenza e accoglienza sul nostro territorio. Lo stesso Presidente del consiglio Draghi intervenendo in Parlamento nelle stesse ore ha ringraziato tutti i cittadini italiani che si stanno impegnando in tal senso.

Dai dati disponibili sappiamo che si tratta per la maggior parte di donne (61.200) e bambini (circa 40.000, di cui 4.000 sono minori non accompagnati), che hanno bisogno di tutta l’attenzione possibile e della professionalità di forze dell’ordine, amministrazione, protezione civile, terzo settore ed è evidente lo sforzo che il governo sta facendo in questo senso, aumentando posti e risorse dedicate. Restano tuttavia alcune criticità. Solo 11.500 cittadini ucraini sui 117.000 arrivati finora sono ospitati nel circuito di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati (nei centri cosiddetti CAS e, in piccola parte, SAI), mentre la maggior parte ha scelto di stare presso parenti e conoscenti già presenti in Italia dove la comunità ucraina conta oltre 250.000 residenti. Ebbene, chi ha scelto questa sistemazione autonoma avrebbe diritto a ricevere quel contributo di 300 euro (più 150 per i minori) deciso dal governo a fine marzo per soddisfare le necessità più urgenti, ma che ancora non è stato concesso a nessuno. Quanto dovranno aspettare queste persone? Da cosa dipende tale ritardo?

Purtroppo l’attesa è una condizione propria di tanti cittadini stranieri alle prese con la burocrazia dei nostri uffici. Ne è un esempio quanto sta succedendo rispetto alle domande per la sanatoria del 2020, i cui tempi lunghissimi sono stati oggetto del monitoraggio svolto nei mesi scorsi dalla campagna Ero straniero, con risultati disarmanti. I dati del Viminale riportati dal sottosegretario Scalfarotto su mia richiesta ci dicono che a due anni dalla misura, sono state finalizzate il 66,8% circa delle pratiche sulle oltre 200.000 domande ricevute. Il ritardo nelle risposte da parte degli uffici è quindi ancora grave e decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici sono ancora in attesa di avere i documenti e cominciare finalmente a vivere e lavorare nella legalità e con una prospettiva. Tra l’altro, delle quasi 20.000 domande di regolarizzazione presentate da cittadini ucraini presenti in Italia nel 2020, ne sono state concluse solo 11.000, nonostante l’invito ad accelerare l’esame a causa del conflitto. Ovviamente la procedura riguarda i profughi ucraini, ma avendo la memoria corta, abbiamo già dimenticato gli afgani.

Certamente è evidente il carico di lavoro che grava su prefetture e questure che, oltre alla sanatoria, gestiscono le domande di protezione dei cittadini ucraini e non, le richieste di rinnovo dei documenti, di ricongiungimento familiare e molte altre pratiche. E, con la ripresa inevitabile degli arrivi dal Mediterraneo nei mesi estivi, l’impegno non potrà che aumentare. Io credo che su questo aspetto il governo debba intervenire in tempi brevi: serve uno sforzo ancora maggiore nei confronti di tutte le persone straniere che aspettano una risposta dalla pubblica amministrazione, a prescindere dalla loro nazionalità. È un aspetto che non si può più sottovalutare perché le conseguenze sulla vita di queste persone sono pesanti e finiscono per ostacolare i percorsi di inclusione e stabilizzazione nel nostro paese, a scapito di tutti.