In Russia “il 50% della popolazione sostiene la guerra” ma “si tratta di persone che hanno subito un vero e proprio lavaggio del cervello dalla propaganda nazionale”. Cittadini che “dalla mattina alla sera” assistono a “show politici che parlano male dell’Ucraina, li chiamano nazisti da sterminare, produttori di armi biologiche contro la Russia. Le persone russe alla fine sono zombizzate da questa propaganda”. E’ quanto denuncia la giornalista Marina Ovsyannikova, la 43enne che nelle scorse settimane fece irruzione con un cartello anti-guerra durante la diretta del tg russo in onda sul Canale Uno.

Intervenuta a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, la donna, madre di due figli, rischia il carcere con il processo che partirà ad aprile dopo la legge-censura di Putin che prevede fino a 15 anni di pena. “Non ho mai pensato alla possibilità di emigrare; sono una patriota e mio figlio lo è ancora più di me e lui vuole andare a università” ha spiegato, aggiungendo che “tutta la nostra vita è in Russia e ora nel nostro Paese i tempi sono duri e le persone come noi servono al nostro Paese”. Anche se “ho paura che i miei figli possano” essere oggetto di “una aggressione a scuola, o per strada, ci sono persone che la pensano diversamente e ho paura”,

Dopo la protesta e il fermo della polizia (è stata poi rilasciata e chiamata a pagare una sanzione in attesa del processo), Marina Ovsyannikova è stata isolata dai colleghi di lavoro: “Mi sento sola, nessuno dal primo canale mi ha chiamato, mi ha scritto solo una persona che lavora lì e che non conosco. So che al primo canale ora è vietato pronunciare il mio nome o di parlare dell’incidente”. In seguito alla sua protesta “le notizie vengono trasmesse con un minuto di ritardo, non in diretta” per tamponare eventuali blitz indesiderati.

Molte persone, suoi colleghi, sono costretti a lavorare perché hanno bisogno di portare avanti la famiglia: “Non c’è un licenziamento di massa e dobbiamo capire, tuttavia, che queste persone si trovano nella condizione in cui se lasciano quel canale non trovano più un posto lavoro, essendo ormai chiusi o bloccati i canali di opposizione. Sono persone che magari hanno famiglia e non hanno la possibilità di permettersi di lasciare il lavoro che li fa vivere”.

Ma la censura fa vivere i russi in un modo parallelo: “Adesso le informazioni in Russia sono davvero ridotte perché i mass media dell’opposizione sono bloccati, o chiusi e lo stesso lo è anche per anche i social. Attualmente i russi non sanno dove trovare informazioni veritiere perché hanno soltanto a loro disposizione i canali dello Stato”.

La guerra è iniziata da oltre un mese, Marina ricorda quel 24 febbraio: “Per me è stato uno choc, non riuscivo a dormire o a mangiare, nessun russo riusciva a immaginare cosa stesse accadendo”. Un “terribile sogno” anche se “fino all’ultimo non potevo credere che ci sarebbe potuta essere questa guerra fratricida. Quando si parlava dell’esercito lungo le frontiere ucraine – ha ricordato – si pensava alla contrapposizione della Russia all’occidente, a una manifestazione di forza per chiedere qualcosa alla Nato. Quando queste azioni si sono trasformate in azioni militari e abbiamo capito che non si limitavano a Lugansk e Donetsk arrivando addirittura fino a Leopoli”.

 

Redazione