Un milione di euro, se tutto va bene, a fronte ai sette che verranno da Roma. È tutto quello che si è riuscito a trovare nel bilancio di palazzo San Giacomo per sostenere i più deboli e per dare da mangiare ai più poveri. Ecco cosa vuol dire avere un Comune disorganizzato, le casse vuote, milioni e milioni di crediti non riscossi e ripetute condanne della Corte dei conti sulle spalle. Vuol dire che quando arriva la grande emergenza non sai neanche dove andare a sbattere. Ma il quadro sarà ancora più chiaro se al buco nel bilancio si aggiunge quello culturale, cioè l’idea che una grande città possa essere governata non da apparati forti e ben coordinati, ma scaricando su altri i propri problemi e appellandosi a un sorta di spirito anarchico spacciato per autonomismo creativo.

Nel vivo dell’emergenza Covid-19, il caso Napoli è tutto qui: in questa mistica della città immortale, in questa visione impolitica, più che retorica, per cui il suo futuro è già scritto nel dato naturale, nella bellezza del mare e nel tepore del clima. Che fine ha fatto, dunque, il protagonismo di de Magistris? Come mai il sindaco che ha immaginato monete alternative all’euro e flotte solidali per soccorrere gli immigrati alla deriva, questa volta non ha fatto ancora parlare di un modello Napoli? Tutti – chi più, chi meno – in queste settimane si sono inventati qualcosa per respingere l’attacco del Coronavirus. A Bari, il sindaco Decaro è andato di persona nei parchi per convincere i concittadini a tornare a casa. A Ercolano, il suo collega Buonajuto si è preso la responsabilità di rendere ancora più stringenti le già stringenti disposizioni di De Luca e ha ordinato di uscire per la spesa non più di una sola volta la settimana. E de Magistris?

Non ha fatto polemica sull’opportunità dei provvedimenti regionali, questo bisogna riconoscerglielo, ma si è ben guardato dal compromettersi prescrivendo qualcosa che potesse associarlo a De Luca. Non ha fatto neanche come Mastella a Benevento, che ha offerto a tutti il suo numero di telefonino proponendosi come supporto emotivo oltre che istituzionale. De Magistris, e anche questo gli va riconosciuto, ha evitato di fare come il sindaco di Milano, che in piena crisi ha firmato un documento di critica al sistema sanitario lombardo, ma allo stesso tempo si è trattenuto dall’avanzare proposte che avrebbero potuto migliorare l’intervento sul territorio.

Non ha chiesto, ad esempio, l’entrata in funzione di quelle unità speciali capaci, in solo giorno, di fare 72 visite a domicilio a Milano e 158 a Pavia. Come sindaco dell’area metropolitana, poi, non risulta che abbia promosso una sola iniziativa utile ad alleggerire le condizioni di estremo disagio dei tanti Comuni dell’area. Tutto all’insegna del minimo indispensabile, insomma. Ma il dato paradigmatico di una inerzia ormai “strategica” è forse quello che rimanda alla irrisolta questione dei rifiuti. Sta per scoppiare, infatti, un’emergenza nell’emergenza.

Nel Nord travolto dalla crisi sanitaria comincia a montare l’insofferenza per la scarsità di materiale ospedaliero spedito da Roma a fronte della quantità crescente di immondizia inviata dal Sud. Tra poco arriveranno negli inceneritori del Nord i rifiuti sanitari, quelli da Covid-19. E allora, quando qualcuno tornerà a chiederci perché Napoli non ha mai voluto dotarsi di strutture per lo smaltimento, sarà dura giustificarsi invocando il diritto naturale della città a un futuro radioso ed eroico.