“Se da questa crisi si riuscirà a trovare la forza di rimuovere due ostacoli enormi come l’eccessiva burocrazia e la lentezza della giustizia, l’Italia, che è un posto pieno di bellezze, non avrà difficoltà a trovare le risorse per ripartire. Finalmente avremo di nuovo bisogno di fare qualcosa, e anche chi fino ad adesso viveva nella condizione per cui se le cose accadevano o non accadevano lo stipendio lo prendeva lo stesso, in futuro si dovrà interessare alla crescita dell’economia. Tutti dovranno porsi il problema che bisogna generare ricchezza se si vuole distribuirla e che bisogna fare ognuno la propria parte, senza che i sacrifici ricadano solo sugli ultimi”. Ernesto Albanese  è il manager che ha consentito la rinascita del rione Sanità quando nel 2005, con la parrocchia di don Antonio Loffredo e la solidarietà di amici e privati, fondò L’altra Napoli, una onlus che si occupa di giovani e bambini a rischio, nata sulla scia della tragica fine di suo padre, vittima di una rapina nel centro della città.

La pandemia ha fatto irruzione le vite di tutti, in tutto il mondo, stravolgendo soprattutto le condizioni più critiche. Cosa la preoccupa di più?
“Quando gli effetti di questa emergenza sanitaria, improvvisa e anomala, si dispiegheranno sulla parte economica e sociale lasceranno ferite profonde, e ci vorrà molto tempo per sanarle. C’è un’area di grande emergenza che la crisi sta facendo venire a galla, e coinvolge un’ampissima fascia della popolazione fra chi lavorava in nero o con contratti precari e non avrà diritto a tutele o ammortizzatori sociali, extracomunitari e chi non ha nemmeno la cittadinanza italiana. E poi ci sono i disagiati fra i disagiati, bambini, anziani, disabili, persone che stanno soffrendo, al di là delle difficoltà economiche, anche una situazione molto vicina al collasso di tante organizzazioni del terzo settore che si sono trovate improvvisamente spiazzate, perché il blocco delle attività e dei finanziamenti ha paralizzato una rete di assistenza sociale che comunque sopperiva alle carenze del sistema pubblico”.

Napoli è la città dell’arte dell’arrangiarsi, delle continue carenze e delle storiche emergenze. Come potrà risollevarsi?
“È vero che nel dna dei napoletani c’è la capacità di sapersi arrangiare. Ma credo che sarà necessario recuperare quel senso di appartenenza e di comunità smarrito da decenni. Siamo in una condizione simile a una guerra ma senza un’economia di guerra. Si ripartirà con conseguenze inaudite per le finanze pubbliche e private. Negli ultimi anni Napoli ha beneficiato di un grandissimo flusso turistico che ha creato una microeconomia fatta di piccole attività che, nate come funghi, hanno rappresentato una valida alternativa al nulla, ma con la crisi si stanno frantumando. Servirà attirare investimenti italiani e stranieri, e per farlo occorre che lo Stato abbia il coraggio di spazzare via tutte le burocrazie che oggi rallentano e fermano gli investimenti, tra permessi, autorizzazioni, pareri, opinioni, lobby culturali e tutto uno schema di persone che in questi 40 anni hanno paralizzato il Paese. E ci sarà bisogno inoltre di una giustizia certa e di una classe politica all’altezza di poter gestire questi cambiamenti e porre fine a sprechi orribili”.

Con la sua onlus ha in programma qualche particolare iniziativa?
“Sto per lanciare un progetto ma non posso ancora parlarne. Sarà una cosa interessante che va nell’obiettivo di rispondere alle esigenze di sussistenza degli ultimi. Siamo tornati, come nel dopoguerra, a quando c’erano ampie fasce della popolazione che si svegliavano la mattina e non sapevano cosa mangiare, ed è assurdo che accada nel 2020. Situazioni surreali possono determinare conseguenze surreali”.