Un manifesto per scegliere l'innovazione
Il declino del sistema lavoro in Italia, la campagna del Riformista e dell’Economista: l’innovazione unica bussola
Diciamolo chiaramente, senza girarci intorno: sul fronte del lavoro l’Italia ha bisogno di una vera e propria mobilitazione culturale. Non basta più commentare i dati sull’occupazione – compreso il record storico del 53% di donne al lavoro – esultando per qualche punto percentuale in più. Se vogliamo affrontare davvero i rischi del declino del sistema, va lanciata una vera e propria campagna di advocacy per l’innovazione, unica e sola vera garanzia per il nostro futuro.
Il punto di partenza non può che essere il riconoscimento di un problema ormai più che trentennale: la nostra produttività è drammaticamente ferma. Non cresce perché abbiamo paura del cambiamento e ci rifugiamo in vecchie ricette. Il salario minimo per legge è una di queste: una risposta burocratica a un problema di valore. La strada corretta è quella tracciata dalla contrattazione collettiva e dal “salario giusto”, che lega la busta paga alla produttività reale e alla capacità delle imprese di stare sul mercato. Ma per innovare servono le persone giuste.
Oggi il 40% delle imprese non trova profili adeguati. C’è un cortocircuito inaccettabile tra scuola e lavoro. Dobbiamo smettere di considerare i licei come unica via nobile e trasformare le università in laboratori aperti ai capitali privati, capaci di rispondere alle esigenze tecnologiche del tessuto produttivo.
Innovare significa anche smettere di guardare alla digital economy con sospetto. La gig economy vale quasi il 2% del nostro Pil. Certo, servono regole e legalità, ma non possiamo pensare di normare il futuro con gli strumenti del secolo scorso. Serve una buona dose di robusto liberismo: se soffochiamo le piattaforme con troppi vincoli, l’innovazione traslocherà altrove, lasciandoci più poveri e meno competitivi. E anche il nodo del Sud e dell’occupazione femminile va affrontato con questa mentalità. Gli stessi incentivi del Dl Lavoro — come i bonus per chi assume nelle zone ZES — sono strumenti utili, ma se servono a innescare processi produttivi moderni, non a finanziare l’assistenzialismo.
Ecco il perché di questa chiamata alle armi che insieme promuovono il Riformista e l’Economista. Una campagna di sensibilizzazione, di mobilitazione e di advocacy che rivolgiamo alle aziende, ai professionisti, alle forze sociali. O scegliamo insieme l’innovazione come bussola di ogni politica industriale e formativa, o continueremo a gestire un’economia difensiva che non ha futuro. La scelta è tra il coraggio della modernità e la rassegnazione del declino. Noi abbiamo già scelto.
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