Questa è la storia di Domenico Zambetti, detto Mimmo, detenuto nel carcere di Opera e condannato a sette anni e mezzo di detenzione per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Un delinquentone, dunque? Una vittima, invece. Prima, di due truffatori un pochettino mafiosi. E poi dello Stato nella sua veste giudiziaria che, invece di accoglierlo nelle aule giudiziarie come parte offesa, lo ha messo alla sbarra e poi in carcere. Dove oggi si ritrova, a dieci anni dai fatti e avendone lui ormai quasi settanta, ad attendere i risultati di una perizia psichiatrica al termine della quale il tribunale di sorveglianza non potrà che concedere la detenzione domiciliare. Con grande rischioso ritardo. Spiegheremo il perché, con la delicatezza che il caso richiede.

Ma intanto vediamo perché e come mai uno specchiato assessore della Regione Lombardia dei tempi di Formigoni, uno che godeva di una salda reputazione politica e di successi elettorali, sia finito in una trappola così stupida e banale che determinò nel 2012 non solo il suo arresto, ma anche la fine della nona legislatura e l’uscita di scena di Roberto Formigoni dopo diciassette anni di ininterrotto governo. Era stata una Lega non certo garantista a segreteria Maroni che, dopo l’arresto di Zambetti, aveva deciso di togliere la spina. Ed era stato poi lo stesso Maroni dopo le elezioni a diventare il successore di Formigoni alla presidenza della Lombardia. Ma che cosa aveva fatto di così grave Mimmo Zambetti per meritare l’arresto e l’accusa di essere una quinta colonna della ‘ndrangheta? Il suo unico torto, o meglio la sua disgrazia: aver conosciuto un certo Eugenio Costantino che prima si era messo a disposizione per dargli una mano nella campagna elettorale regionale del 2010 e poi, dopo la sua elezione e la sua nomina ad assessore alla casa, aveva iniziato a minacciarlo e ricattarlo.

Il suo vero e unico errore? Non averlo subito denunciato. Ma bisogna anche capirlo. Perché, se è vero che il coraggio se uno non l’ha non se lo può dare, è ancor più vero che è comodo fare gli spavaldi mentre le minacce le subisce un altro. E se uno che si spaccia per capomafia, prima esige da te soldi e favori, e poi ti chiede con insistenza come stanno i tuoi figli e i tuoi nipoti, e poi ti raccomanda di badare alla salute…quanti hanno il coraggio di andare in questura?
Zambetti aveva conosciuto Costantino in occasione delle elezioni al Comune di Sedriano, un paese del milanese, nel 2008, in cui era candidata la figlia Teresa. L’assessore aveva solo partecipato a un evento politico. Ma due anni dopo proprio Costantino si era fatto vivo, con gratitudine per quella partecipazione all’evento di Sedriano, mettendosi a disposizione di Zambetti per dare una mano in vista delle elezioni regionali del 28 e 29 marzo 2010. Gli aveva presentato anche un suo amico, Giuseppe D’Agostino, che l’assessore aveva in seguito visto non più di due volte.

Due calabresi, di cui in seguito, ma solo a elezioni avvenute, si saprà che “forse”, ma non con certezza, erano aderenti a qualche ‘ndrina. Il dubbio è supportato da fatto che, quando i due calabresi abbandoneranno gli abiti della collaborazione e cominceranno a mostrare la faccia delinquenziale delle minacce e dei ricatti, i favori che chiederanno, oltre ai soldi, riguarderanno solo piccole cose nello stile del “tengo famiglia”, più che dei traffici della criminalità mafiosa. Sicuramente inadeguati. Le richieste di Costantino (supportate anche dall’insistenza di D’Agostino) saranno, nell’ordine: un posto da impiegata all’Aler (Ente regionale case popolari) per la figlia Teresa, il rinnovo dell’affitto del locale di un ente pubblico per la sorella parrucchiera, una casa popolare per l’amante. Forse anche un posto da magazziniere per sé. E generiche sponsorizzazioni in appalti, di cui non si saprà mai nulla. Non otterrà niente, se non il posto per Teresa, che però era stata assunta tramite una cooperativa. Infatti nelle intercettazioni Zambetti viene definito dai due “un ingrato”. Allora lo minacciano e poi si compiacciono al telefono: «le orecchiette gli si sono incriccate..si è messo a piangere..si è cagato sotto».

Ora, come si può sostenere, come ha fatto l’accusa nei processi, che se anche una persona avesse dato qualche migliaio di euro a ricattatori di questo tipo, merita l’imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa perché in questo modo ha contribuito ad arricchire i forzieri della ‘ndrangheta? Va anche detto però, che in cassazione, e in sintonia con quanto era già successo in primo grado, era stato lo stesso rappresentante dell’accusa a chiedere la riforma parziale della condanna ritenendo provata solo l’accusa di voto di scambio (articolo 416 ter) e non quelle di corruzione e concorso esterno. La corte ha deciso diversamente e confermato tutto. Zambetti è entrato nel carcere di Opera spontaneamente, dopo la condanna definitiva per tre reati (corruzione, concorso esterno in associazione mafiosa, voto di scambio) “ostativi” ai sensi dell’articolo 4-bis dell’Ordinamento penitenziario. Il che significa, nell’esecuzione della pena, una classificazione speciale, da mafioso e da detenuto pericoloso. Ciò nonostante –lo ricorda l’avvocato Limentani nella memoria presentata al Tribunale di sorveglianza– già pochi giorni dopo il suo arresto è stato declassificato e assegnato a reparti di detenzione ordinaria. Il che dimostra quanto Mimmo Zambetti sia “pericoloso”.

Del resto il suo comportamento processuale è stato esemplare, collaborativo. Ha detto tutto quel che sapeva, e cioè di aver conosciuto solo queste due persone, tra tutti gli imputati (tra i quali c’era anche, altra assurdità, Ambrogio Crespi, poi parzialmente graziato dal Presidente della repubblica), e di non aver certo saputo che fossero della ‘ndrangheta. Ma ne ha denunciato le malefatte, le minacce, i ricatti, le violenze. Oltre a questo, la sua sarebbe una “collaborazione impossibile”, perché Zambetti non sa altro e nulla di più potrebbe dire. Ma naturalmente la Dda lo considera “non” collaborante. Lo volevano “pentito”? Ma di che cosa, scrive ancora l’avvocato Limentani, visto che «la lunga sentenza non riporta nemmeno un solo contatto tra Zambetti e soggetti malavitosi diversi da Costantino e D’Agostino”». È semplicemente inciampato in una truffa, un po’ per ingenuità, un po’ perché in campagna elettorale capita di non buttare via niente di quel che ti viene offerto.

Ma Mimmo Zambetti, che fu un uomo potente da undicimila preferenze, di cui quelle portate dai suoi due persecutori furono probabilmente solo millanteria, merita di stare ancora in carcere, a dieci anni dai fatti e dal suo totale abbandono della politica, e ormai settantenne? Ha senso che sia privato in modo così totale della libertà personale? Deve forse essere rieducato? È ormai anche malandato di salute, come spesso le persone della sua età, ipertensione e diabete gli tengono compagnia, quasi normale. Meno normale è che abbia perso 30 chili di peso in poche settimane. Si, perché è arrivata, inevitabile, al suo fianco la depressione, in forma grave, pericolosa. E insieme sono arrivati gli psichiatri. La perizia di parte ne ha già stabilito l’incompatibilità delle sue condizioni con la detenzione in carcere. Ma è di parte, penserà qualche maligno.

Che dire allora del pronunciamento della Direzione sanitaria di Opera, dopo diversi colloqui con il detenuto? Allarme pesante, drammatico, che parla di disperazione con parole che non vogliamo ripetere ma che esplicitano la paura concreta di atti di autolesionismo, anche estremo. Nella seduta del 29 settembre scorso anche il pubblico ministero d’udienza aveva chiesto fossero concessi i domiciliari a Mimmo Zambetti. Il tribunale di sorveglianza avrebbe potuto (dovuto?) decidere subito di mandarlo a casa. Invece ha scelto di nominare un altro psichiatra per un’ulteriore perizia. Se ne riparlerà il 16 dicembre, quasi a natale. E speriamo che in quell’occasione non si smentisca di nuovo la tradizione illuminata dei giudici di sorveglianza lombardi.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.