Fosse solo per l’ “ingiusta detenzione” di quattro anni e mezzo in carcere e tre e mezzo ai domiciliari, si potrebbe anche dire che 670.000 euro di risarcimento da parte dello Stato per Bruno Contrada possano essere una cifra equa. Ma se parliamo di una vita buttata giù, mentre altri, che oggi immaginiamo a masticare amaro, facevano carriera e i pentiti si accordavano e brindavano come già avevano fatto per Enzo Tortora, allora ecco che nessuna cifra sarà mai sufficiente. Vive da recluso negli ultimi 28 anni della sua vita, da ben prima del Coronavirus, Bruno Contrada, ucciso da un altro virus, quello nutrito dalle invidie per la sua brillante carriera e dalle vociferazioni di pentiti ben addestrati e ben istruiti, negli stessi anni e negli stessi ambienti del finto collaboratore Scarantino.

Messo in ceppi la vigilia di Natale del 1992, l’anno in cui è successo tutto. Fatto fuori in modo definitivo dalla carriera e dalla libertà. Poi se lo sono giocato, se lo sono rimpallato, gli uomini delle toghe: condannato assolto condannato, in un gioco dell’oca che lo faceva sempre tornare al punto di partenza. Finché la prima (tardiva) soddisfazione non gli è arrivata “dall’estero”, e non da un tribunale italiano, come sarebbe stato giusto. Siamo nel 2015, e sono passati ventitrè anni da quando nei suoi confronti è stato arbitrariamente applicato un articolo che non esiste nel codice penale, il concorso esterno in associazione mafiosa, sulla base del quale Bruno Contrada è stato arrestato e gettato nel buco più profondo della sua vita. Sono trascorsi ventitrè anni, cioè una storia intera, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) condanna l’Italia a risarcirlo. Il suo arresto è stato illegale e illegittimo. Solo da quel momento, e piano piano, la sua strada pare in discesa.

Anche se chi ha assassinato la sua libertà e la sua dignità e tutto ciò che un uomo può possedere per poter dire di essere una persona, non pagherà mai. Un reato inesistente nel 1992, aveva sancito la Corte, dicendo che la giurisprudenza lo aveva poi chiarito e definito in seguito. Quasi ignorasse che, almeno in teoria, nel nostro ordinamento, la giurisprudenza non dovrebbe costituire precedente o addirittura giudicato, come è invece nei paesi anglosassoni di common law. È una giustizia un po’ strana, la nostra. Ti tormenta tutta la vita. Poi aspetta che tu abbia 80 anni e sia perseguitato da trenta come Calogero Mannino, o 88 e sia sulla graticola da altrettanti come Bruno Contrada. E solo allora, mentre tu sei lì che speri solo che i tuoi nipoti abbiano un buon ricordo di te, solo allora comincia a ricucire maldestramente gli strappi con cui ti ha sbudellato.

Certo, nel 2017 la Cassazione ha recepito la sentenza della Cedu che diceva che Contrada non andava né arrestato, né processato né condannato. E ha revocato la condanna. E oggi arriva non solo il risarcimento economico, ma quello che è il vero modo di rimettere le cose al loro posto, definendo “illegittima e illegale” l’azione giudiziaria nei confronti di Bruno Contrada. Quell’azione fondata solo sul reato inesistente nel codice, quello che alcuni magistrati usano quando vogliono colpire in chiave politica il famoso terzo livello in cui Giovanni Falcone non ha mai creduto. Piccole soddisfazioni, oggi, e anche un po’ di rabbia per chi c’era in quel 1992, e ricorda fatti e personaggi.

Il “caso Contrada” è da manuale, con i pentiti gestiti nel modo che conosciamo: mai notizie da fonti dirette, sempre versioni “de relato”, preferibilmente dichiarazioni attribuite ai morti, versioni concordate. Nel caso di Contrada anche storie esilaranti, bevute da magistrati finti creduloni, come la descrizione di una sala di ristorante inesistente, un’anfora mai trovata, un’amante mai vista, una chiromante che sogna Falcone il quale punta il dito contro l’imputato. Accertamenti? Mai svolti.

Vogliamo ricordare i nomi degli eroi di quei giorni? Il pubblico ministero Ingroia che svolgeva una requisitoria lunga ventidue udienze e Gianni De Gennaro, l’uomo della carriera parallela, che andava avanti nella storia anch’essa parallela in cui uno nasceva mentre l’altro moriva. Quanti Caino hanno partecipato al banchetto sul corpo ferito di Bruno Contrada? Ma oggi siamo nel 2020 e c’è il virus che ci perseguita, e nessuno, o quasi, sa più chi sia e chi sia stato Bruno Contrada. Colpito da un altro virus. Ma un po’ di giustizia serve a lui e serve a quei nipotini che devono sapere e che un giorno dovranno ricordare. Ma serve anche a noi, che abbiamo memoria. Ma che vorremmo anche giustizia. E cioè che qualcuno prima o poi, toga o non toga, pagasse per queste vere porcherie che si sono sviluppate sotto i nostri occhi.