«Ho depositato per quattro volte i tabulati telefonici, quelli originali che dimostrano le manipolazioni e sostengono la mia tesi, e puntualmente quei tabulati sono spariti dal fascicolo processuale. Li ho depositati due volte in cartaceo, due volte con posta certificata all’indirizzo di posta certificata del tribunale, e li ho depositati poi, di nuovo, anche nel corso delle udienze del processo ma stranamente quei documenti sono sempre andati smarriti. Strano che in un fascicolo si perdano così tanti documenti… Come si fa a decidere in queste condizioni le sorti di una persona e indirettamente della sua famiglia?».

R.C. racconta la sua odissea giudiziaria iniziata a Bologna quindici anni fa. «Ho individuato 24 tabulati mai prodotti nelle indagini seppure richiesti e seppure il sottoscritto sia stato condannato al pagamento delle spese processuali riguardanti anche quei tabulati», spiega. Ritiene di essere stato processato e condannato sulla base di ricostruzioni in qualche modo condizionate dalle anomalie che denuncia, dagli atti smarriti, da tracciati telefonici non corrispondenti agli originali (in alcuni mancano i due sms che smentirebbero la ricostruzione della vittima e di una teste chiave), da atti relativi a indagini difensive depositate ma non confluite nei fascicoli processuali. Coincidenze o cos’altro?

R.C. è convinto della propria innocenza, intenzionato a presentare un ricorso straordinario alla Corte di Cassazione e a chiedere la revisione del processo. Porterà all’attenzione dei giudici di legittimità anche una delle più recenti attestazioni, firmate dalla cancelleria della Cassazione, in cui si scrive che «come certificato il 16 dicembre 2019, tutti i documenti analiticamente indicati nella richiesta depositata presso la cancelleria in quella data non risultano inseriti nel fascicolo e neppure nei faldoni pervenuti al seguito atti come documentazione processuale allegata alla impugnazione proposta al giudice di legittimità».

R.C. sta conducendo da anni questa battaglia legale, e a volte gli sembra di combattere contro mulini a vento. L’ultimo ostacolo lo sta vivendo in questi giorni: «Non trovo un avvocato disposto a rappresentarmi con il gratuito patrocinio nel ricorso in Cassazione», racconta. Lui, ex carabiniere in carriera (ex, perché a seguito di questa vicenda giudiziaria ha dovuto lasciare l’Arma), ora rischia di finire in carcere per via di una condanna divenuta nel frattempo definitiva. Per raccontare la sua storia bisogna tornare indietro fino al luglio 2005, in una piccola caserma della provincia bolognese. R. C. viene dalla Campania e lì, in Emilia, ci finisce per lavoro. È maresciallo capo e in quell’estate i rapporti con il collega che gestisce la stazione non sono dei migliori per motivi legati all’organizzazione del lavoro. R.C. è tra quelli che non ci stanno più a far finta di non vedere quel che accade in ufficio.

Sta di fatto che un giorno in caserma viene convocata una donna: bisogna consegnarle una denuncia sporta sei mesi prima («e mai consegnata all’interessata, come accadeva per gli altri civili che accedevano in caserma, tanto che ero io ad affannarmi per consegnare quegli atti», spiega). Quella donna viene ricevuta da R.C. e lo accuserà poco dopo di molestie sessuali. R.C. respinge con forza quell’odioso reato, si difende sin da subito dimostrando che per come è fatta la caserma un episodio del genere non sarebbe sfuggito agli occhi di altri colleghi.

C’è poi il dettaglio della relazione sentimentale tra la donna che lo accusa e il collega con cui lui era in contrasto ma, come nel caso di altri elementi emersi dalle indagini difensive, non viene considerato rilevante da chi procede per la sua colpevolezza. R.C. finisce quindi a giudizio e viene condannato. Si becca anche un’accusa di calunnia. Inizia così il suo lungo calvario giudiziario.