È abbastanza penoso che durante questa devastazione civile ed economica la ribalta sia occupata dalle star del potere giudiziario, capibastone che si sbudellano nella guerra all’ultimo sangue per l’occupazione delle piazze di spaccio del verbo forcaiolo.  Perché c’è qualcosa di profondamente antisociale, un brutto segno di evidentissimo scollamento democratico, nelle beghe tra fazioni di una cerchia potente e privilegiata elevate a questioni prioritarie dell’agenda nazionale. In faccia al Paese, ovviamente, questa rissa è inscenata sul palco dei valori nobili della lotta al crimine e nella retorica degli eroismi concorrenti a sconfiggerlo, ma sotto la superficie declamatoria degli slogan battaglieri lavorano il tornaconto dell’affermazione personale e la più soda ambizione di carriera: cose che andrebbero anche bene, nel senso che sarebbero umanamente comprensibili, se non pretendessero di camuffarsi nell’intransigenza ieratica del moralizzatore che vive solo di pane con la cicoria dell’antimafia.

Un lavoro certamente difficile, a volte pericoloso, è giustamente ben pagato (magari non sarebbe male se il cittadino sapesse quanto guadagna chi lo accusa e lo giudica, ma questo è un altro discorso); ed è perfettamente legittimo aspettarsi che il proprio merito trovi riscontro in allocazioni di prestigio (magari non sarebbe male se la valutazione del merito non fosse perlopiù conventicolare, ma anche questo è un altro discorso). E tuttavia si tratta di questioni corporative, che non dovrebbero essere rimesse all’opinione pubblica nella versione contraffattoria delle vicende che interessano le sorti del Paese. Anzi, semmai esistesse un’informazione decente si spiegherebbe che le esigenze di giustizia non coincidono affatto con le impostazioni di potere della magistratura televisiva, né tanto meno con la furibonda lotta per le investiture in cui essa si impegna se c’è caso che all’assolutezza del suo sovranismo si frapponga il fastidioso ostacolo della democrazia rappresentativa.

È già sufficientemente inaccettabile che la giustizia sia governata da una specie di mandarinato che fa il bello e il cattivo tempo non solo sulle proprie questioni interne ma a tutto tondo, reclamando autonomia trasmutata nella pretesa di fare stato sui poteri altrui e sulla testa di una società che fino a prova contraria ha incaricato i magistrati di fare processi, non di costituirsi in una centrale di indirizzo del Paese. Ma è davvero troppo che tutto questo avvenga con lo stipendio d’oro e la catapulta gerarchica gabellati a presidio delle legalità repubblicane mentre il Paese a Costituzione sospesa vive di seicento euro e cassa integrazione che non arrivano.