Roberto Garofoli è magistrato amministrativo e presidente di sezione del Consiglio di Stato. È stato segretario generale di Palazzo Chigi durante il governo Draghi e ha ricoperto incarichi di vertice al Ministero dell’Economia e in altre amministrazioni centrali. Giurista esperto di diritto pubblico, ha maturato una lunga esperienza nella progettazione delle riforme amministrative. Abbiamo avuto accesso all’agenda di riforme che ha predisposto, e che parte dalla riforma della macchina dello Stato. Il rapporto parte da un dato che rovescia un luogo comune: la Pubblica amministrazione italiana non è necessariamente troppo grande. A fine 2024 contava 3,39 milioni di dipendenti, pari al 14,1% degli occupati, contro il 18,4% della media Ocse. Sono 5,7 dipendenti pubblici ogni cento abitanti, contro gli 8,3 della Francia, gli 8,5 del Regno Unito, i 7,4 della Spagna e i 6,3 della Germania. Il problema, dunque, è soprattutto qualitativo, anagrafico e territoriale. Il 56% dei dipendenti pubblici ha più di 55 anni, contro il 27% della media Ocse. Nelle amministrazioni centrali appena il 5% ha tra 18 e 34 anni. E nei Comuni la situazione è ancora più critica: dal 2007 al 2024 il personale è diminuito di 136 mila unità, il 28,4%.

La prima ricetta riguarda il reclutamento. Garofoli propone una preselezione nazionale comune, sul modello dell’EPSO europeo, per verificare competenze di base e trasversali: capacità di lavorare in gruppo, comunicazione, gestione del cambiamento, orientamento al risultato e al servizio del cittadino. Alle singole amministrazioni resterebbero le prove tecnico-specialistiche. L’obiettivo è superare la frammentazione di centinaia di concorsi separati e creare uno standard nazionale di accesso. Anche in PA dovrebbe cambiare natura: da semplice vetrina dei bandi a piattaforma integrata del lavoro pubblico, capace di orientare le candidature, favorire la mobilità interna e mettere in relazione le competenze disponibili con i fabbisogni delle amministrazioni. Il secondo pilastro è la formazione. Le 40 ore annue previste per i dipendenti pubblici dovrebbero essere realmente monitorate, con dati pubblici e un collegamento alla performance organizzativa. Ogni dipendente dovrebbe avere un bilancio individuale delle competenze. E Syllabus dovrebbe diventare non più soltanto un catalogo di corsi, ma uno strumento per governare le competenze dell’amministrazione.

Poi c’è il nodo dei Comuni, dove il rischio è perdere proprio le professionalità necessarie per gestire investimenti, servizi e risorse. Il dossier propone di intervenire sui divari retributivi, rafforzare il welfare integrativo e valorizzare il lavoro agile quando compatibile. Ma soprattutto suggerisce di condividere gli specialisti tra più enti: ingegneri, esperti digitali, project manager, professionisti del procurement. Un piccolo Comune non può permettersi tutte queste figure; più Comuni possono invece utilizzarle insieme, aumentando la capacità amministrativa senza moltiplicare le strutture. La proposta più ambiziosa riguarda la dirigenza. Garofoli immagina un corpo unitario dei dirigenti della Repubblica, almeno per le amministrazioni centrali, con reclutamento nazionale, formazione comune e possibilità di mobilità tra incarichi. Un modello che guarda alle esperienze di Regno Unito, Francia e Paesi Bassi. La premialità dovrebbe inoltre spostarsi dalla logica del solo incentivo individuale alla valutazione dei risultati dell’ufficio nel suo complesso. Infine c’è PRIMA, Previsione dell’Impatto sulla Macchina Amministrativa. Prima di approvare una nuova legge, occorrerebbe sapere quali uffici dovranno applicarla, quanto personale servirà, quali nuovi adempimenti saranno introdotti, quali tempi saranno realisticamente necessari e quali costi ricadranno su cittadini e imprese. È forse il punto più politico del dossier: una riforma non può essere giudicata soltanto per ciò che promette, ma per la capacità concreta dell’amministrazione di attuarla. Altrimenti si continua ad accumulare norme su una macchina che non ha gli uomini, le competenze e gli strumenti per farle funzionare. La linea di Garofoli è quindi lontana sia dalla retorica dello Stato «elefantiaco» sia da quella del semplice aumento degli organici. Selezionare meglio, ringiovanire, trattenere le professionalità, formare continuamente, rafforzare i Comuni e costruire una dirigenza nazionale. Non meno Stato, dunque: uno Stato più competente, più mobile e più responsabile.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.