All’Open Day dell’Unione delle Camere Penali, tenutosi a Rimini lo scorso fine settimana, il titolo del confronto tra il presidente dell’ANM e il presidente dell’UCPI era “A conti fatti”. Una formula scelta per capire se, una volta archiviata la campagna referendaria, esistesse ancora uno spazio nel quale avvocati e magistrati potessero discutere seriamente delle riforme della giustizia. La risposta è arrivata quasi subito. Più che un confronto sul merito delle questioni, abbiamo assistito alla manifestazione di un risentimento che evidentemente non si è ancora sopito. Il messaggio, al netto delle inevitabili sfumature istituzionali, è stato chiaro: prima di discutere di riforme bisognerebbe discutere delle critiche rivolte all’Associazione Nazionale Magistrati durante la campagna referendaria e fare un mea culpa.

Una posizione piuttosto curiosa, perché quelle critiche non erano insulti né delegittimazioni personali: erano argomentazioni tecniche, politiche e istituzionali rivolte ai gruppi dirigenti della magistratura associata. E fino a prova contraria, in una democrazia liberale, criticare un centro di potere dovrebbe essere ancora consentito senza dover poi chiedere perdono per l’ardire. La parte che rende il tutto un po’ grottesco, è tuttavia un’altra. Terminato il referendum, l’assemblea straordinaria dell’ANM, che si tenuta a maggio, è sembrata per molti aspetti quasi un convegno dell’Unione delle Camere Penali. Molti magistrati hanno parlato in termini fortemente critici di correntismo, di carrierismo, di logiche spartitorie, di valutazioni di professionalità prive di reale selettività, cioè esattamente dei problemi che gli avvocati hanno denunciano nella campagna referendaria e per i quali l’ANM, per bocca del suo Presidente, ha tenuto a farci sapere che si sente gravemente offesa. L’apparente inconciliabilità di questo sentimento, con la presa di coscienza che le critiche mosse dagli avvocati erano evidentemente fondate, si è risolta in modo chiaro e, per il vero, anche facilmente prevedibile.

Come è noto il potere non organizza spontaneamente la propria dipartita e quindi lo slancio indomito verso il cambiamento è durato lo spazio di un mattino, e si è improvvisamente smarrito al cospetto delle candidature per il prossimo CSM. Nel collegio dei pubblici ministeri si sono confrontati per Area Eugenio Albamonte e Luca Poniz, entrambi ex presidenti dell’Associazione Nazionale Magistrati. In Magistratura Indipendente compare Salvatore Casciaro, già segretario generale dell’ANM. In Unicost viene candidato Giuliano Caputo, anch’egli già segretario generale dell’ANM e, non senza una certa ironia della storia, segretario proprio nell’anno in cui esplose il caso Palamara. Accanto a loro figurano Maria Tiziana Balduini, già componente del Consiglio Superiore della Magistratura, Alessandra Salvadori, già vicepresidente dell’ANM, e Maria Cristina Ornano, già Presidente di Area DG. Naturalmente nessuno mette in discussione le qualità personali dei candidati. Il punto è, evidentemente, un altro. Dopo aver promesso rinnovamento e discontinuità, l’elenco dei candidati al CSM assomiglia sorprendentemente ad un’allegra rimpatriata delle vecchie glorie dell’associazionismo giudiziario.

Più che una rivoluzione pare un’ostentata restaurazione. La questione, dunque, non sembra essere se l’Unione delle Camere Penali debba chiedere scusa all’ANM per avere criticato il correntismo, quanto piuttosto se non sia l’ANM a doversi scusare con tutti i cittadini, prima per aver negato i problemi durante la campagna e poi per aver promesso subito dopo grandi cambiamenti, riproponendo alla prima occasione utile gli stessi circuiti di potere, gli stessi equilibri e, spesso, gli stessi protagonisti di sempre. Nulla di sorprendente, per carità, la natura più intima naturale e profonda del potere è perpetuare sé stesso, ma almeno non offendetevi se qualcuno si permette di farlo notare.