Il segno politico del governo Draghi, l’Agorà di Bettini e una sinistra in cerca di una identità smarrita. Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli storici e studiosi della sinistra italiani: Massimo L. Salvadori, professore emerito all’Università di Torino. Tra le sue innumerevoli pubblicazioni e saggi, ricordiamo i più recenti Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi (Donzelli, 2019); Storia d’Italia. Il cammino tormentato di una nazione. 1861-2016 (Einaudi, 2018); Democrazia. Storia di un’idea tra mito e realtà (Donzelli, 2016). Democrazie senza democrazia (Laterza, 2011).

Afferma Goffredo Bettini in una intervista a questo giornale di presentazione della sua Agorà: «C’è riformismo e riformismo. Il nostro riformismo progressista radicato nella storia consiste nell’accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra». Condivide questa declinazione del riformismo?
È da quando, oltre un secolo or sono, Eduard Bernstein delineò le linee del riformismo socialdemocratico individuandone le caratteristiche nel proposito di lottare per una maggiore giustizia sociale; e dopo di lui tutti i riformisti di questo mondo sono andati ripetendo che essi intendono «accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra». Bernstein era una personalità di grande rilievo, che Marx aveva considerato un suo beniamino per la sua intelligenza brillante e vigorosa. Poi passò dal rivoluzionarismo al riformismo socialista moderno, di cui divenne il primo e maggiore teorico, scatenando la grande controversia che a cavallo tra Otto e Novecento mobilitò le penne dei più eminenti intellettuali legati al movimento operaio internazionale e dalla quale derivò una ammirevole biblioteca che ancor oggi suscita ammirazione e conserva l’attualità dei classici. Fossero rivoluzionari o riformisti, essi fondarono i loro argomenti – questo è che importa sottolineare – su analisi complesse e approfondite dei processi in atto nella società capitalistica del loro tempo. Dal canto suo Bernstein, colui che levò alta la bandiera del riformismo diretto ad accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra, avendo perso a suo avviso credibilità (quanto ebbe ragione stando alle lezioni del Novecento!) il progetto di rivoluzione marxistica, elaborò il suo contro-progetto socialista e democratico dando una interpretazione delle tendenze che caratterizzavano lo sviluppo dei paesi occidentali avanzati. Non tutto risultò oro nel suo pensiero, ma d’oro rimase il nucleo: che il riformismo (che l’ex comunista Bettini si tiene significativamente alla larga dal definire «socialista», preferendo l’aggettivo anodino «progressista») cessa di essere un flatus vocis quando ha la capacità di indicare strumenti atti a penetrare nei meandri della diseguaglianza, mobilitare forze conseguenti al fine di aggredire i meccanismi di quel male sociale e morale. Siamo tutti, noi progressisti, brave persone dal cuore tenero che aspirano a vedere il mondo liberato da privilegi che opprimono i non privilegiati. Ma, occorre domandare, dove sono i libri acuti, le analisi approfondite degli attuali «riformisti progressisti»? Una volta, fino ad alcuni decenni or sono, i dirigenti della sinistra sapevano ancora tenere la penna in mano e i suoi partiti tenevano congressi di notevole levatura in cui si confrontavano i programmi e si elaboravano linee di azione. Oggi è il regno sovrano dei manifesti, delle interviste giornalistiche, dei dibattiti televisivi, dei convegni di amici del buon sentire, che vorrebbero ma non sanno come. Fatto è che tutto sta in questo «come»: è lui il grande assente. La sinistra ha subito una sconfitta, da cui non si è ripresa in seguito al crollo dell’utopia comunista rovesciatasi in tragedia e di una socialdemocrazia che ha trovato il suo evento simbolico nell’assassinio di Olof Palme.

Questo significa che per la sinistra e il riformismo tutto è perduto?
La risposta, a mio avviso, è che oggi essi sono perdenti; se siano davvero perduti lo si saprà solo se e quando i suoi sostenitori dimostreranno di comprendere le ragioni della indubitabile sconfitta subita, condurre una analisi persuasiva dei processi economico-sociali contemporanei e formulare credibili programmi di azione. Vi è chi ne sia capace? Non sono certo i volenterosi consiglieri di vari piccoli eppur onesti príncipi a riassicurare. Mi lasci aggiungere quanto ebbi a dire in una nostra precedente conversazione e che rientra pienamente in questo ragionamento: le macerie del Muro di Berlino hanno “sepolto” la classica distinzione tra “riformismo” e “rivoluzione”. Quella che non è affatto tramontata è la distinzione fra un riformismo debole ed inconcludente e un riformismo incisivo che cambia in senso progressivo gli equilibri politici ed economici che oppongono chi tiene alta la bandiera di una maggiore libertà e di una maggiore giustizia sociale e chi questa bandiera l’ammaina per non dire che vuole bruciarla.

Uno dei nodi da sciogliere dentro il Pd è quello dei rapporti con i 5Stelle. Per Bettini è un’alleanza strategica, dentro la quale i dem dovrebbero essere la gamba sinistra. Ma c’è chi sostiene che in questo modo il Pd si consegna all’«antipolitica» grillina, pur mitigata da Conte.
Dato lo stato della politica italiana e dei suoi schieramenti, non vi è dubbio che uno dei nodi sia costituito dai rapporti tra Pd e 5Stelle. Il problema è come scioglierlo. Quella che si profilava nel periodo degli amorosi sensi tra Conte e Zingaretti era una sorta di resa del Pd nelle mani dei 5Stelle. Una resa, la cui sostanza stava nella evidente disponibilità dei dem ad affidare a Conte, in veste di federatore del centrosinistra, la leadership dell’alleanza. Il che andava portando il Pd, ormai incapace di definire la propria concezione di ciò che sia propriamente una sinistra, allo sbando, e proprio per questo indotto, a sostenere perinde ac cadaver un governo Conte2 ormai logoratosi al punto di cercare la propria ancora di salvezza nella scomposta pattuglia dei cosiddetti «responsabili». In quelle condizioni tra i dem e i grillini, gli uni e gli altri in preda ad una grave crisi interna, nessuno era in grado di dire una parola seria sulle prospettive di un’alleanza tra un centro (?) e una sinistra (?) che si profilava come un’amalgama, in assenza di culture politiche atte a chiarire.

In relazione a questa dialettica si pone il giudizio sul profilo dell’attuale governo e soprattutto di Mario Draghi. In una intervista a questo giornale Nadia Urbinati ha definito il presidente del Consiglio un «tecnoburocrate» sia pure di alto profilo. Qual è in merito la sua valutazione?
Subito dopo la caduta del Conte2, il governo Draghi è stato oggetto di attacchi politici dai coloro che avrebbero voluto vedere Conte restare al timone: ma come, se questi non disponeva più di una maggioranza parlamentare? «Libertà e Giustizia» ha prontamente avanzato la tesi che la formazione del nuovo esecutivo, nato «dall’alto» per iniziativa del presidente Mattarella e caratterizzato dal potere affidato a tecnici in ruoli cruciali, rappresentasse una pericolosa delegittimazione della politica, tale da poter aprire la strada a successivi governi di segno autoritario. Un doppio attacco quindi: a Mattarella e a Draghi, che invertiva il nesso tra «delegittimazione della politica» e origine del governo. Era stato, infatti, lo sbando in cui era caduto il sistema politico a delegittimare se stesso. Inoltre, Draghi è arrivato al potere – come prima Ciampi e Monti – sulla base del voto datogli con un amplissimo consenso dai parlamentari e il suo governo ha affiancato ad alcuni tecnici una maggioranza di ministri messi a disposizione dai partiti. L’ultimo degli attacchi è venuto da Bettini, che, in difesa di Conte, ha sostenuto che questi è caduto perché non gradito a supposti poteri forti nazionali e internazionali, nell’ambito di un discorso che ha il difetto di non addurre né un nome né un cognome. È il noto e screditato gioco dei sospetti. Quanto all’affermazione di Nadia Urbinati secondo cui Draghi sarebbe un tecnoburocrate, mi sembra che sia infelice. Urbinati è una studiosa di valore, ma qui non centra il bersaglio. Un presidente del Consiglio come Draghi (e torno anche ai nomi di Ciampi e Monti), quando diviene un uomo di governo assume un ruolo di leader politico a pieno titolo. Un tecnico è un esperto in specifici settori professionali, un burocrate un funzionario cui sono affidati compiti di esecuzione operativa e di controllo amministrativo in modo impersonale e sotto il controllo di autorità ad esso superiori alle quali deve rispondere. È questo che sta facendo Draghi? Nelle vesti di governatore della Bce egli aveva già mostrato grandi qualità di leadership politica. Per questo non ritengo pertinente il giudizio della Urbinati.

Professor Salvadori, il campo della sinistra evocato da Bettini può ridursi alla sommatoria dei partiti e partitini oggi esistenti?
Credo di aver già in effetti sopra risposto a questa domanda. Ma ribadisco: se e poiché manca una cultura che faccia capire che cosa possa essere una sinistra, una sommatoria di partiti e partitini non può approdare a nulla. Letta, il nuovo segretario del PD, sta compiendo apprezzabili sforzi per mettere un certo ordine e raggiungere una maggiore chiarezza, a partire della natura dei rapporti del suo partito con quel guazzabuglio che non cessano di essere i 5Stelle. A lui i migliori auguri di buon lavoro.

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Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.