L’attivazione del Recovery Fund, che nei prossimi mesi dovrebbe alimentare una lunga serie di riforme, e le parole del rieletto governatore Luca Zaia, che ha ribadito la volontà di ottenere il regionalismo differenziato per il suo Veneto, hanno riacceso il dibattito sulle prospettive del Sud. Il discorso non è solo di carattere economico-finanziario, ma anche e soprattutto politico. Già, perché l’individuazione dei progetti da finanziare e la determinazione della misura dei fondi destinati a ciascuna Regione è operazione politica. Lo è altrettanto il confronto sul regionalismo differenziato che agita le notti tanto dei governatori del Nord quanto di quelli del Sud.

Decine di docenti universitari, studiosi e dirigenti di istituti di ricerca meridionalisti sono impegnati a chiarire un concetto. Il Recovery Fund è cosa diversa rispetto alla regola che prevede di destinare il 34% della spesa pubblica al Sud del nostro Paese. Il primo, infatti, è un fondo straordinario che l’Unione europea ha attivato con l’obiettivo di risollevare gli Stati membri, primo fra tutti l’Italia, dalle sabbie mobili della crisi. Il secondo, invece, è un principio fissato da una legge italiana del 2016. Si tratta, dunque, di strumenti diversi ma non per questo alternativi. Al Mezzogiorno dovrebbe essere destinato il 65% dei 209 miliardi complessivamente assegnati dall’Europa al nostro Paese. Questo “tesoretto” di circa 135 miliardi – ed è questa la tesi ribadita oggi dai meridionalisti – dovrebbe sommarsi al 34% della spesa pubblica che lo Stato italiano è tenuto a riservare al Sud: una strategia indispensabile per riequilibrare dieci o addirittura vent’anni di mancati investimenti in quella che era e che resta la parte più arretrata del nostro Paese.

Mentre al Sud si reclamano fondi, al Nord tiene banco il dibattito sul regionalismo differenziato. Soprattutto adesso che Zaia è stato rieletto presidente del Veneto a furor di popolo. Davanti alle telecamere di Porta a Porta, il governatore ha sollecitato il governo dicendosi pronto a gestire tutte le 23 competenze (e le corrispondenti maggiori risorse) che la Costituzione consente di assegnare alle Regioni. A dargli man forte è stato Vincenzo De Luca, a sua volta confermato alla guida della Campania, che in tempi non sospetti si era detto favorevole al regionalismo differenziato. Parole che hanno messo sul chi va là gli stessi meridionalisti impegnati a reclamare la gran parte dei fondi europei e la contestuale conferma della regola del 34% della spesa pubblica. Il timore è che il regionalismo differenziato, sommato alle risorse in arrivo dall’Europa, metta le ali al Nord e aumenti il divario tra quest’ultimo e il Sud.

Siamo onesti: bene fanno studiosi e associazioni a mettere i puntini sulle i e a ribadire la necessità di sommare Recovery Fund e 34% della spesa pubblica. La storia ci insegna che, tra il 2008 e il 2019, l’Italia ha accumulato un gap di investimenti pubblici rispetto alla media europea di oltre 120 miliardi di euro; in quello stesso periodo i fondi europei non si sono aggiunti, ma hanno sostituito gli investimenti nazionali che sono mancati soprattutto al Sud. Nello stesso tempo, però, il Mezzogiorno deve attrezzarsi per reggere il pressing del Nord che, a fronte di una minore quantità di finanziamenti, chiederà a Governo e Parlamento di avere il regionalismo differenziato nel minor tempo possibile. Il che significa che il Sud dovrà accettare la sfida lanciata da Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, dimostrando maggiore efficienza e capacità di utilizzare al meglio le risorse disponibili. Anche questa è politica, bellezza!