Il Csm ha negato il ruolo di procuratore aggiunto di Napoli a Raffaele Marino, il pm anticamorra processato e poi assolto dalle accuse di rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento. E l’ha fatto non solo senza una valida motivazione, ma anche violando svariate norme di legge e sentenze della Cassazione. A chiarirlo è la prima sezione del Tar del Lazio che ha annullato la delibera con cui l’organo di autogoverno della magistratura, il 6 maggio 2020, aveva detto no alla restituzione delle funzioni di procuratore aggiunto o di un altro incarico direttivo invocata da Marino. Una vicenda che alza nuovamente il velo su quel sistema, fatto di lottizzazione degli incarichi negli uffici giudiziari e di killeraggio dei magistrati “sgraditi”, che l’ex presidente dell’Anm Luca Palamara ha descritto nel suo recente libro-intervista.

Ripercorriamo la vicenda. È il 2013 quando Marino, in quel momento procuratore aggiunto di Torre Annunziata, viene messo sotto inchiesta dalla Procura di Roma: secondo i pm capitolini avrebbe riferito a un suo collaboratore il coinvolgimento di un avvocato napoletano in un’altra indagine. Presto arriva il rinvio a giudizio, ma non prima che il Csm trasferisca Marino a Pistoia nel 2014 e a Salerno nel 2017. Fatto sta che, nel 2018, la Corte d’appello di Roma lo assolve perché il fatto non sussiste e, a quel punto, Palazzo dei Marescialli revoca il trasferimento d’ufficio. Al magistrato vanno restituite le funzioni direttive, ma nel frattempo la casella di procuratore aggiunto di Torre Annunziata è stata occupata. Definitivamente assolto in sede penale e disciplinare, nel 2019 Marino chiede di essere nominato procuratore aggiunto a Napoli, sede in quel momento vacante, ma il Csm dice no. Il motivo? Per vedersi assegnato un incarico di quel tipo Marino dovrebbe sostenere un concorso. Ma di quelle funzioni il magistrato, che ha già guidato le Procure di Torre Annunziata e di Napoli Nord, era già titolare nel 2013, senza dimenticare che ormai pochi anni lo separano dalla pensione. Insomma, non c’è ragione per negargli la carica di procuratore aggiunto di Napoli, soprattutto se si considerano i titoli che ha accumulato in più di 40 anni di carriera. Eppure, a Palazzo dei Marescialli, qualcuno non vuole che l’ex pm anticamorra, nel frattempo nominato sostituto procuratore generale, diventi il numero due di Giovanni Melillo.

Ecco perché Marino, assistito dall’avvocato Andrea Abbamonte, impugna la decisione del Csm. E il Tar gli dà ragione su tutta la linea. Primo: Palazzo dei Marescialli si è limitato a negargli la sede di Napoli, senza però chiarire il motivo per il quale quel posto non gli potesse essere attribuito. In più, il Csm non gli ha assegnato l’ufficio di procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, disponibile nel momento in cui si discuteva della restituzione delle funzioni direttive. E la storia del concorso che Marino avrebbe dovuto superare per tornare ai vertici di una Procura? Completamente campata in aria: «Il diritto di essere reintegrato nelle funzioni semidirettive, già conseguite a seguito di regolare procedura di comparazione con altri candidati – scrive il Tar – non necessitava di alcuna valutazione in punto di merito e di diritto», godendo di un carattere «pieno e incoercibile».

E non finisce qui: il Csm non ha considerato che l’anzianità anagrafica di Marino non gli avrebbe consentito di partecipare ad alcun concorso, «non potendo egli garantire i quattro anni di permanenza nel nuovo ufficio». Che cosa avrebbe dovuto fare, dunque, l’organo di autogoverno della magistratura? «Avrebbe potuto quanto meno destinare Marino a Santa Maria Capua Vetere – osserva il Tar – con le funzioni (già sue) di procuratore aggiunto». Palazzo dei Marescialli, invece, «ha leso immotivatamente e arbitrariamente» un diritto del magistrato e «attuato un illegittimo e ingiustificato demansionamento» di quest’ultimo facendo durare la misura cautelare del trasferimento d’ufficio ben più del dovuto e «al di fuori di qualunque previsione normativa».

Adesso si ripropone il vecchio problema: a Marino vanno restituite le funzioni direttive, ma la casella di aggiunto a Santa Maria Capua Vetere è stata occupata. È libera, invece, quella di capo della Dda di Napoli dopo che il Covid ha ucciso Luigi Frunzio. In più, Marino risulta attualmente in cima alla graduatoria per l’assegnazione dell’incarico di avvocato generale presso la Corte d’appello di Roma e di procuratore aggiunto di Napoli (sebbene quest’ultimo gli spetti ormai di diritto). È molto probabile, tuttavia, che il Csm non gli assegni alcun incarico preferendo attendere il suo pensionamento: dopo quasi dieci anni di massacro giudiziario, a Marino mancano circa due mesi alla pensione. «Il Tar ha riconosciuto il mio diritto a esercitare le funzioni che mi sono state sottratte – commenta il pm anticamorra – ma ancora una volta temo che cambierà poco o nulla. Mi basta la consapevolezza di aver operato correttamente in 43 anni di carriera e di non essermi piegato all’indegno sistema che assegna i ruoli di vertice in base non al merito, ma a determinati equilibri politici».

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.