Dieci anni senza pace. Intercettato, indagato, accusato di legami con la camorra e processato. Di pari passo con la vicenda penale che l’ha visto protagonista, Raffaele Marino ha dovuto affrontare un procedimento disciplinare nel quale si condensano tutti i mali del Csm: la guerra tra correnti, la lottizzazione delle Procure, il gioco dei veti che consente soltanto agli “amici” di ottenere gli incarichi desiderati.
Ed è proprio questo il caso dell’attuale sostituto procuratore generale di Napoli al quale Palazzo dei Marescialli continua a negare il ruolo di procuratore aggiunto, pur dopo la definitiva assoluzione in Cassazione e l’archiviazione disciplinare. L’ultimo no risale a due settimane fa. Una circostanza paradossale di cui il magistrato, per anni membro della Dda partenopea, parla per la prima volta al Riformista: «Non voglio rendermi complice, tacendo, di questo sistema di spartizione degli incarichi».

È il 2010 quando Marino, all’epoca procuratore aggiunto a Torre Annunziata, viene intercettato nell’ambito di un’inchiesta sui rapporti tra un carabiniere, suo ex collaboratore, e un imprenditore. Il magistrato è stato invitato a un convegno al quale il collega Luigi Cannavale gli ha però sconsigliato di partecipare. Il motivo? L’avvocato che ha sollecitato la partecipazione di Marino all’evento è piuttosto chiacchierato. Il capo dei pm di Torre chiede informazioni al suo collaboratore che successivamente, travisando la realtà, riferisce all’imprenditore: «Il procuratore mi ha detto che il nostro amico avvocato è sotto inchiesta». Così, nel 2013, la Procura di Roma contesta a Marino la rivelazione del segreto d’ufficio e il favoreggiamento aggravati dalla collusione con la camorra, senza che mai comparisse la voce del procuratore nelle conversazioni intercettate. «Ho combattuto la criminalità per anni – osserva Marino – Sono stato minacciato, ho avuto due auto di scorta. Eppure sono stato additato come fiancheggiatore della camorra. Ho provato vergogna: qualcuno voleva farmi sentire sporco».

Nel 2014 scatta il rinvio a giudizio e il Csm, in via cautelare, trasferisce Marino a Pistoia. Nel 2017 il Tribunale di Roma lo condanna per rivelazione del segreto d’ufficio, ma lo assolve dalle accuse di favoreggiamento e camorra. Marino chiede al Csm la revoca del trasferimento o l’attenuazione della misura disciplinare. E invece no: Palazzo dei Marescialli lo spedisce a Salerno come giudice civile. Di lì a poco arriva il terzo schiaffo. Ad aprile 2018 la Corte d’appello di Roma assolve il pm anticamorra anche dall’ipotesi di rivelazione perché il fatto non sussiste. Il Csm revoca il trasferimento di Marino e le carte vengono trasmesse alla quinta commissione, chiamata a restituire al magistrato le funzioni direttive e cioè riassegnargli l’incarico di procuratore o di aggiunto. Il relatore della pratica è Luca Palamara «con il quale – precisa Marino – non ho mai avuto contatti in relazione alla vicenda disciplinare». Ma perché il Csm prende tempo? Qualcuno, a Palazzo dei Marescialli, sembra temere che Marino occupi una casella destinata ad altri. Arriva il parere all’ufficio studi: al magistrato va assegnata una sede tra Torre e Napoli. Niente, la commissione non si pronuncia. Poi è Palamara a comunicare al difensore di Marino che quest’ultimo sarà inviato come aggiunto in sovrannumero a Torre.

A quel punto, però, il plenum del Csm deve ratificare la decisione. I tempi si allungano ancora. «Ardituro – aggiunge Marino – mi disse che un consigliere della Presidenza della Repubblica per gli affari giudiziari aveva effettuato dei rilievi sull’ordine del giorno del plenum». Secondo l’alto funzionario del Quirinale, infatti, la legge non contempla il sovrannumero per i magistrati con funzioni direttive. Marino non si arrende e, in alternativa a Torre, chiede Napoli. Niente da fare. Anzi, a settembre 2018 arriva l’ennesima doccia fredda: «Ardituro aveva saputo da quello stesso consigliere del Quirinale che contro la mia assoluzione era stato presentato ricorso per Cassazione – spiega Marino – A che titolo quel funzionario era venuto in possesso di quell’atto prima di me che ero il diretto interessato? E come mai il procuratore generale aveva presentato un ricorso in Cassazione palesemente inammissibile?».

Sei mesi più tardi la Cassazione conferma definitivamente l’assoluzione di Marino che riceve un aut-aut: «Ardituro mi disse che mi avrebbero potuto assegnare solo alla Procura generale di Napoli, anche perché il vecchio Csm stava per scadere e i tempi si sarebbero ulteriormente allungati». Palazzo dei Marescialli non lascia scelta: o Marino si accontenta di quell’incarico o resta a Salerno. Il paradosso è che, mentre il magistrato chiede legittimamente di essere nominato aggiunto di Napoli, viene bandito un concorso per la nomina di tre di queste figure: qualcuno non vuole che sia lui ad affiancare Giovanni Melillo alla guida dei pm partenopei.

Passa ancora un anno, Marino viene ascoltato dalla quinta commissione del Csm ma, a metà maggio, riceve un rifiuto che sa di beffa: non gli può essere assegnata Torre, perché non è previsto il sovrannumero per gli incarichi direttivi, né Napoli, perché bisogna superare un concorso. Eppure quel concorso Marino l’ha superato da anni e non potrebbe sostenerne altri perché è prossimo alla pensione. «Il Csm ha fatto di tutto pur di non decidere – conclude Marino – Una situazione desolante». E le correnti? Dal 2013 l’ex pm anticamorra non ne fa più parte, pur essendo stato segretario napoletano di Magistratura Democratica negli anni Novanta: «A differenza di altri ho mantenuto un doveroso riserbo. In cambio ho ricevuto un silenzio assordante».