Che cosa è successo tra i vertici di Consip e Il Fatto Quotidiano nell’inverno 2017? Non lo so, e non sono neanche in grado di fare delle ipotesi. Però vorrei che qualcuno me lo dicesse, perché mi sono capitate per le mani le trascrizioni di alcune intercettazioni che a me sembrano inquietanti. Qualcosa dev’essere successo. Riparto dall’inizio. Siccome il Gip Gaspare Sturzo – che ha respinto la richiesta dei Pm di archiviazione, per mancanza di indizi, dell’inchiesta Consip che coinvolge tra gli altri Tiziano Renzi, Luca Lotti e anche il mio editore Alfredo Romeo – ha depositato un malloppo di carte, che contengono anche diverse intercettazioni e diversi verbali di interrogatori, mi sono messo, per curiosità professionale, a leggere un po’ di queste carte. Lavoro faticoso, perché io non ho nessun Pm che mi fornisce le carte già selezionate e sottolineate con l’evidenziatore, come succede in genere a molti miei colleghi più fortunati di me, e così devo scarpinare.

L’altro giorno mi è capitato sotto gli occhi l’interrogatorio dell’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, il quale escludeva di avere ricevuto alcuna pressione per favorire Romeo nelle gare per gli appalti. E ho fatto osservare che forse c’è un certo salto logico tra la certezza che Romeo non fu favorito, e la decisione del Gip di farlo inquisire perché fu favorito. Possibile che il Gip, nel gran casino delle intercettazioni e degli interrogatori, non abbia letto le carte? Boh. Ieri invece mi è capitato per le mani il verbale che riporta una breve intercettazione, sempre assai confusa come quasi tutte le intercettazioni, e di difficile interpretazione, come tutte le intercettazioni. In genere i Pm, quando si trovano di fronte a una intercettazione di difficile interpretazione fanno una cosa molto semplice: la interpretano come una prova d’accusa e procedono contro il sospettato. Io, siccome sono un garantista, non faccio così, e siccome non sono un Pm non firmo nemmeno un avviso di garanzia. Però faccio qualche domanda. Chissà se qualcuno mi risponderà.

Allora, trascrivo il testo del verbale di intercettazione. È il 19 febbraio del 2017. L’intercettato è il dottor Francesco Licci, capo delle relazioni esterne di Consip e capo della commissione che doveva decidere sulle 18 gare di appalto che sono l’oggetto della inchiesta (capo della Commissione giudicatrice FM4 ndr). Sta parlando con l’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni. Dice, testualmente, il verbale: «Licci Francesco chiama Marroni Luigi e gli dice: “Oggi il Fatto ce n’ha per tutti…”. I due commentano un articolo del Fatto che attacca la Panozzo (dirigente anticorruzione di Consip), nell’articolo c’è scritto: “Sta lì a far niente”. Commenta Marroni: “Sempre che ci siano corrotti”. Licci: “I giornalisti danno sempre per scontato che i corrotti ci siano”. Marroni si pone la questione se conviene “fare una strategia con il Fatto”. Licci dice che ha già contattato una società “che fa questo di mestiere e gli ha passato tutto l’incartamento”. Dice di aver “contattato un amico che lavora a Roma ed è molto bravo: Gianluca Comin”».

Fine del verbale che riporta questa intercettazione. Domanda. In cosa doveva consistere questa strategia “col Fatto”? Seconda domanda: questa strategia poi si è concretizzata? Terza, quarta e quinta domanda: Il Fatto ha avuto un ruolo attivo o solamente passivo? Il Fatto era partecipe o vittima? Ne ha tratto vantaggi o svantaggi? Voi capite che le domande sono importanti. Perché in tutta la vicenda Consip Il Fatto ha avuto un ruolo importantissimo. È stato, forse, il primo protagonista. E poi sono importanti anche per un’altra ragione. L’inchiesta Consip parte con alcuni depistaggi e alcune contraffazioni (volontarie o involontarie) dei verbali dei carabinieri. Per questo è giusto stare molto attenti alle intercettazioni vere. Poi che sia giusto o no fare queste intercettazioni è un’altra questione. La mia risposta è semplice e breve: no. Però so per certo che se per caso fosse stato intercettato qualcuno che diceva – per ipotesi – bisogna fare una strategia con Romeo, beh non c’era nemmeno bisogno di un processo, Romeo era già bello che condannato. Non è così?

A proposito di Romeo, nello stesso foglietto che contiene questa intercettazione che riguarda Il Fatto, e nel corso dello stesso colloquio tra Licci e Marroni, si parla anche di Romeo. Di nuovo trascrivo testuale:  «Marroni: “Pongono il caso su quello che si stiamo ponendo noi da sei mesi, che facciamo di questa maledetta gara?”. Licci: “Infatti, questo è il punto. Infatti lì, Luigi, c’è ben poco da fare, eh… ci sono i segnali che nonostante tu sei in torto e nonostante quello che è, se dai tre lotti a Romeo è una tragedia”». Oh bella. Romeo aveva vinto tre dei 18 lotti in gara. In modo assolutamente regolare. Risulta dagli interrogatori di Marroni che abbiamo pubblicato ieri che non c’era stata nessunissima pressione a suo favore ma che le pressioni erano state a favore dei suoi concorrenti. E dunque che lui aveva vinto seppure partendo da una condizione svantaggiata dalle interferenze illegittime.

Oggi scopriamo che invece, evidentemente, c’erano anche pressioni per impedire che queste tre gare fossero assegnate a lui. E infatti, quattro mesi dopo queste conversazioni, le assegnazioni a Romeo furono ritirate. Su pressioni di chi? Del resto Romeo mi ha raccontato che lui si era accorto che intorno alle gare Consip c’era qualcosa che non andava. E aveva presentato due esposti. Da tutto questo risulta evidentissimo che era parte lesa. Perché i magistrati decisero, sapendo che era parte lesa (se avevano letto le intercettazioni e l’esposto) di incriminarlo e di arrestarlo? Serviva un capro espiatorio? Serviva un anello per arrivare a Renzi e si è pensato che l’anello migliore fosse Romeo? Vedete, oggi ho solo domande da gettare lì sul tavolo. Chissà se qualcuno ha voglia di rispondermi. Temo di no. Questa è una storia, ho paura, un po’ troppo sporca perché alle domande semplici corrispondano delle risposte.  È una storia dove molti “puri” magari erano impuri e viceversa…