I giornali ufficiosi delle Procure, o almeno i due principali (parlo del Fatto e della Verità, quotidiani gemelli) riportano una notizia molto interessante, che era stata (in parte) diffusa l’altra sera dall’Ansa. Dicono che gli inquirenti stanno lavorando sui computer e i cellulari (soprattutto sulle mail e sui whatsapp) sequestrati nel blitz compiuto il 26 novembre scorso da alcune centinaia di agenti della guardia di Finanza nell’operazione “Open”, cioè nella caccia ai finanziatori di Renzi. E stanno compiendo questo lavoro attraverso l’uso di alcune parole chiave. Pare che le parole chiave siano quattro: Boschi, Lotti, Carbone e Gori. Che poi sarebbero i cognomi dei parlamentari Maria Elena Boschi e Luca Lotti, dell’ex parlamentare Ernesto Carbone e di Giorgio Gori sindaco di Bergamo. Non sto scherzando: c’è scritto così negli articoli di Verità e Fatto e data l’attendibilità delle loro fonti e le probabili verifiche della notizia, non c’è da dubitare che sia vero.

Nessuna di queste quattro persone è indagata. Perché? Perché al momento non esiste nessun reato da contestare. Gli inquirenti per ora sanno solo che queste quattro persone sono colpevoli, ma non sanno ancora di quale reato, e quindi usano i nomi dei colpevoli per risalire a un eventuale reato. Proprio l’altra sera ho incontrato Antonio Di Pietro, che non è il capo di un movimento garantista o libertario ma è un ex magistrato e precisamente la punta di diamante di quel pool milanese (del quale, per dire, Piercamillo Davigo era solo il giovane apprendista) che mise a ferro e fuoco prima Milano e poi tutt’Italia, 25 anni fa, e, attraverso l’inchiesta “Mani Pulite”, rase al suolo la prima Repubblica e tutti i partiti che l’avevano costruita (si salvò, in parte, il solo ex Pci). Mi diceva Di Pietro: la gran parte dei magistrati sono bravissime persone, poi, certo, c’è sempre il gaglioffo anche tra i magistrati, come in tutte le categorie di lavoratori. Gli ho chiesto: e chi sarebbero i gaglioffi? Mi ha risposto: quelli che invece di cercare i reati cercano i colpevoli. Cioè?, gli ho chiesto. Mi ha spiegato che il magistrato deve essere come il becchino, che interviene solo dopo la morte di una persona. Mi ha detto che il magistrato deve intervenire solo dopo che il reato è stato commesso, accertare che esista il reato, quale reato sia, e poi cercare i colpevoli, gli indizi e le prove. Gli ho chiesto se mi poteva dire i nomi dei magistrati gaglioffi.

Naturalmente ha sorriso e taciuto. Però mi pare chiaro il suo pensiero: i magistrati gaglioffi sono quelli che invece dei reati cercano i colpevoli a prescindere. E cioè, invece di amministrare la giustizia, fanno lotta politica usando la potenza devastante che gli viene dal proprio ruolo di magistrato. Per colpire i nemici.  Questo modo di fare indagini, che ovviamente è del tutto in contrasto sia con l’etica professionale sia con la stessa legge, gli avvocati lo chiamano la “pesca a strascico”. In genere si usa con le intercettazioni. In quel caso si cerca un reato pilota (dico reato pilota con riferimento al pesce pilota), si usa il reato per attivare le intercettazioni, che a volte durano mesi, o anche anni, e si spera che prima o poi, al telefono (o al trojan) il candidato colpevole confessi qualche malefatta. In questo caso, cioè nel caso di Open (coi nomi dei nemici trasformati in parole chiave per cercare il reato), si va molto oltre la pesca a strascico. Diciamo che esistono in modo evidente i termini per parlare di persecuzione giudiziaria. Siccome, come dicevamo, questo, modo di lavorare è in contrasto aperto col codice di procedura, ci viene da chiedere al ministro della Giustizia se per caso gli scappasse l’idea di mandare qualche ispettore per vedere se è vero che gli inquirenti hanno messo in moto questa indagine, o se è una calunnia dell’Ansa e dei giornali. Speriamo che sia una calunnia dei giornali e dell’Ansa, perché altrimenti ci sarebbe davvero da aver paura.

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