Da giorni pubblichiamo su questo giornale cinque domande ai vertici della magistratura italiana. Che possono anche, per semplicità, essere riassunte in una sola: perché non indagate sulla fuga di notizie dalla Procura di Firenze che ha dato il “la” alla campagna di stampa contro Matteo Renzi sul caso Open? Fino a ieri nessuna risposta. Ieri una risposta davvero inquietante: una nuova fuga di notizie. Ancora più clamorosa di quelle precedenti. Se provi a raccontare all’estero una cosa così ti prendono per matto. Non ci credono. Invece è vero: cinque o sei giornali importanti (stavolta però è stato lasciato a bocca asciutta Il Fatto) hanno ricevuto le fotocopie di un po’ di materiale raccolto dalla guardia di Finanza e consegnato ai Pm. Si tratta di materiale sequestrato e dunque assolutamente segreto. Tra queste varie carte ci sono anche alcune mail inviate dal famoso Alberto Bianchi (il presidente della fondazione Open che è al centro di tutte le attenzioni della Procura fiorentina) un po’ di qua e un po’ di là. Anche a Luca Lotti e a una alta dirigente di Palazzo Chigi. Tenete conto del fatto che un documento inviato a Palazzo Chigi è ancor più riservato di tutti gli altri documenti perché in teoria potrebbe contenere segreti di Stato.

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Ora vi diciamo cosa c’era scritto in queste mail. Prima però non possiamo non sottolineare che è una nuova violazione del famoso articolo 326 del codice penale (da uno a tre anni di prigione). Capite qual è il messaggio? Facile facile: “Tu ci chiedi di rispondere sulla violazione del segreto? Noi non solo non ti rispondiamo, perché tanto siamo Pm e nessuno mai indagherà su di noi, ma torniamo a commettere esattamente lo stesso reato, facendoci beffe dei pochi che ci contestano. La nostra risposta istituzionale è una pernacchia”.

Vi ricordate quel monumento della cinematografia italiana che fu “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” regia di Elio Petri, attore principale un gigantesco GianMaria Volonté? Beh, era un po’ la stessa storia (anche se per fortuna questa volta non viene ucciso nessuno…). Il film racconta la vicenda di un commissario di polizia che uccide una donna e poi sparge la scena del delitto di indizi contro se stesso per dimostrare che comunque lui è così potente da potersi sentire al di sopra di ogni sospetto. I magistrati sembrano rispondere alle nostre domande con lo stesso atteggiamento del commissario interpretato da Gian Maria Volontè. Dicono: “Noi siamo al di sopra della legge, e nessuno avrà il coraggio di indagare su di noi. Perciò, non solo non rispondiamo alle domande, ma torniamo a commettere, o a ignorare, lo stesso identico reato”.

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