«Il passato non è mai uno statico reperto archeologico da vagheggiare nostalgicamente o da seppellire in un angolo buio della storia». La volontà di sfuggire all’archiviazione nelle teche degli storiografi e di restituire una storia dotata di anima, una storia viva, vibrante di speranza, ma anche di amarezze e sconfitte è l’intento del mémoire – Il Tempo del secolo. Trame di una militanza femminista – di Elettra Deiana (ed. Bordeaux, prefazione di Letizia Paolozzi). I ricordi, le fotografie, gli articoli, le riflessioni sono le coloratissime tessere che la narrazione va lentamente ricomponendo per restituirci l’immagine vivente di un’epoca, vista attraverso l’esperienza soggettiva dell’io narrante, colta in quelle “trame” inconfondibili che l’hanno contraddistinta. È questo l’incantamento che ci trascina a rivivere un intero periodo storico, espandendosi, finché la pagina è aperta, sullo sfondo del presente.

La prospettiva che Deiana offre è fuori dal comune come il suo vissuto; nella sua vita personale e politico sono fuse, costituiscono un’unica, inscindibile dimensione. Il racconto della sua formazione personale è un tutt’uno con la formazione della sua coscienza politica; ne seguiamo l’evoluzione a partire dagli eventi di Reggio Emilia nel ‘60, che segnano un tragico richiamo all’azione politica, passando per l’irruzione della nuova soggettività critica fiorita nel ‘68, fino al femminismo storico che Deiana ha vissuto fin dalla prima ora, e alle battaglie parlamentari tra i banchi di Rifondazione comunista. È il Novecento a rivivere in pagine dense e coinvolgenti. Un secolo, reso breve dalla celebre definizione di Hobsbawm, che scorre, invece, lunghissimo, nella narrazione e denso di eventi drammatici e processi di transizione non ancora conclusi. Il tempo infinito di questo Novecento è scandito dall’irrazionalità della violenza e dagli orrori che hanno inciso la propria impronta nella memoria dell’autrice. I bombardamenti e la violenza fascista, l’attesa infinita della fine della seconda guerra mondiale, della fine di ogni guerra. Ma l’infinita scia di sangue si prolunga nel nuovo millennio nei conflitti innescati dalla crisi dei velenosi equilibri novecenteschi, dalle rinnovate pulsioni imperialiste e coloniali e dalla regressione autoritaria degli Stati democratici.

E ancora il Novecento vive nelle ombre che si agitano dentro il presente, alimentando quel “grumo nero” di “essenza inumana” che resta nascosto nel nostro inconscio collettivo e, in maniera imprevista, può «riemergere nelle forme mutevoli che il tempo impone». La ricomparsa dei cupi fantasmi dell’etnos, del sangue e dell’identità, riportati in auge da forze sovraniste e nazionalpopuliste, alimenta politiche e pratiche di odio contro l’altro, impigliandoci in un lungo novecento che sembra non voler finire. La memoria del secolo è anche testimonianza per cui la forza dell’azione e la fiducia nell’agire collettivo può rivoluzionare il mondo. È il racconto di quel tempo in cui tutto è cambiato, ma dove molto di quel cambiamento è andato smarrito: è l’imprevisto del ‘68. «Rivoluzione dell’esistenza prima che progetto politico», momento in cui si fa strada una nuova soggettività critica, che darà vita ad un’intensa stagione di diritti civili e sociali ma anche a una straordinaria pluralità di soggettività e di pratiche politiche. Il racconto lucido e appassionato di quegli anni restituisce la forza dirompente che fu del ‘68 e dei suoi sbocchi impensati.

Tra questi il femminismo come pratica politica separatista incentrata sulla radicalizzazione del conflitto antiautoritario. Percorsi assimilabili, e allo stesso tempo inconciliabili, che nella loro dinamica di familiarità ed estraneità hanno definito il suo essere «radicalmente di sinistra». Un posizionamento che ben si coglie nel rapporto con il Prc, nel suo ostinato tentativo di emanciparlo dall’ombra di un passato ingombrante e da logiche di corporativismo maschili sorde al riconoscimento della soggettività e dell’autonomia politica femminile, come elemento costituente e imprescindibile della politica. Sulle note conclusive Deiana ritorna al presente, segnato dall’eclissi della soggettività politica ad opera del neoliberismo e dalla deflagrazione della sovranità democratica, processo che la sinistra, sempre più sradicata dalla materialità delle vite, non ha superato, né arrestato. Il cambio di passo potrà esserci se la traccia avviata con il femminismo, che ha fatto della vulnerabilità e del corpo il punto ineludibile della politica, riscriverà un nuovo corso del mondo.