«L’Europa, inclusa l’Italia, non ha il diritto di considerare il problema del razzismo come una peculiarità transatlantica». A sostenerlo è uno dei più autorevoli storici inglesi e della sinistra europea: il professor Donald Sassoon, allievo di Eric Hobsbawm, ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, autore di numerosi libri di successo, tra i quali ricordiamo Quo Vadis Europa? (Ibs), La Cultura degli Europei dal 1800 ad oggi (Rizzoli); Intervista immaginaria con Karl Marx (Feltrinelli). Il suo ultimo saggio, da poco nelle librerie, ha un titolo intrigante, e uno sviluppo che ci riporta all’Europa e alle difficoltà della sinistra nell’essere all’altezza delle sfide del Terzo Millennio: Sintomi morbosi Nella nostra storia di ieri i segnali della crisi di oggi (Garzanti).

La rivolta antirazzista scuote l’America. Professor Sassoon, qual è la sua valutazione in proposito?
La cosiddetta rivolta non è la prima, ce ne sono state altre negli ultimi trent’anni, per non andare ancora più indietro nel tempo. La grande novità è che stavolta abbiamo un filmato che si è diffuso immediatamente per tutto il mondo; un filmato particolarmente scioccante, orribile, perché scioccante e orribile è stata la morte di George Floyd. La morte del cittadino afroamericano non è avvenuta perché un poliziotto assalito gli ha sparato addosso o gli ha inflitto un colpo letale con il manganello, come è successo anche in Europa, ma quel poliziotto lo ha deliberatamente ucciso in modo raccapricciante mentre tre poliziotti lo guardavano senza intervenire. Questo è quello che ha innescato una serie di proteste, alle quali, ed è un dato politicamente di grande rilevanza, hanno partecipato molti, forse anche in maggioranza, bianchi. E dunque non deve stupire che quanto di raccapricciante è avvenuto a Minneapolis ha suscitato anche in Europa, soprattutto in Gran Bretagna, dove c’è una percentuale non piccola di gente di colore, figli di migranti che sono venuti dalle Indie occidentali – Giamaica, Trinidad – dove erano stati trasferiti nel ‘600 e nel ‘700 da trafficanti inglesi, come schiavi per lavorare nelle piantagioni, e che dunque hanno molto in comune con gli afroamericani. In questi avvenimenti che segnano il nostro presente, c’è sempre un fatto particolarmente simbolico, che dà il segno dei tempi.

Qual è, per restare al Regno Unito, questo fatto simbolico?
Ciò che è accaduto domenica scorsa a Bristol, un fatto che ha avuto grande scalpore, non solo in Gran Bretagna. Durante una manifestazione in solidarietà con quanti protestavano in America, la statua di Edward Colston è stata abbattuta e gettata in mare. La statua era in una piazza che aveva il suo nome, come molti edifici, vie e scuole di Bristol. Colston era un trafficante di schiavi poi diventato membro del Parlamento inglese. Colston marchiava a fuoco gli schiavi con le sue iniziali, e li metteva nelle sue navi per mandarli in America e nelle Indie occidentali. Molti di loro morivano durante il viaggio e con i profitti enormi di questo traffico di esseri umani, Colston diviene il più grande filantropo di Bristol. Morì nel 1721, ma più di un secolo dopo la città di Bristol, riconoscente, gli edificò una statua in una delle piazze centrali della città. Bisogna aggiungere che il sindaco di Bristol è oggi un uomo di colore, i suoi genitori sono venuti dalle Indie occidentali, e i cui avi forse erano stati schiavizzati da Colston. Da un certo punto di vista, questo simboleggia la corresponsabilità dell’Europa e soprattutto della Gran Bretagna nella storia deprimente, angosciante, degli schiavi negli Stati Uniti d’America. E dunque, è vero che la situazione americana è di gran lunga peggiore di quella dei migranti in Europa, malgrado l’indubbia crescita della xenofobia nel vecchio continente, inclusa l’Italia, ma gli europei non hanno il diritto di considerare il problema del razzismo come una peculiarità transatlantica.

Tra cinque mesi l’America va al voto per eleggere il suo Presidente. Donald Trump è a rischio?
Non ho altro a mia disposizione che i sondaggi. E i sondaggi sono tutti concordi nel dire che Trump dovrebbe perdere le elezioni, il che non dovrebbe sorprendere se si pensa alla sua totale incapacità di gestire l’emergenza pandemica, e il fatto che l’economia americana sta andando molto male, e che la sua immagine si è rafforzata unicamente tra le minoranze più estreme dei suoi sostenitori, del suo elettorato. Vorrei ricordare che in realtà Trump aveva perso le elezioni del 2016 per quasi tre milioni di voti, lo scarto più grande nella storia americana, e che ha vinto le elezioni per via di 77mila elettori distribuiti in 3 Stati. Dunque si potrebbe dire che Donald Trump ha vinto con una enorme fortuna, che sarebbe stata comunque difficile ripetere, anche se si fosse dimostrato un presidente più abile di quanto si sia dimostrato.

Professor Sassoon, il suo sfidante democratico, Joe Biden, l’entusiasma?
Direi proprio di no. Ma vorrei aggiungere che il ceto politico dei nostri giorni è nel suo insieme, salvo rarissime eccezioni, drammaticamente carente. In Italia, se si pensa agli Andreotti, Berlinguer, Moro, per non andare a De Gasperi e Togliatti, e si fa un raffronto con l’oggi, non resta che piangere. In Gran Bretagna, poi, Boris Johnson è senza dubbio un pagliaccio incompetente, ma i suoi immediati predecessori a Downing Street, Theresa May e David Cameron, non erano dei leader capaci o lungimiranti. In Francia, Emmanuel Macron finora non è riuscito a risolvere alcuno dei problemi su cui aveva centrato la sua campagna elettorale e si è dimostrato un vero dilettante in politica. L’unica che si salva in Europa occidentale è la signora Merkel, che però ha annunciato il suo ritiro dalla vita politica. E il deficit di leadership investe appieno la vecchia sinistra europea, in ogni sua declinazione significativa. L’amara realtà è che sia i conservatori tradizionali, sia la sinistra tradizionale, sono in crisi e incapaci di portare avanti un discorso politico all’altezza della nuova situazione. Per questo ho titolato il mio nuovo libro Sintomi morbosi, riferendomi ad una famosa frase, del 1930, di Antonio Gramsci, in cui dice che il vecchio mondo è sparito e non si scorge quello nuovo. E in questo interregno si trovano dei fenomeni morbosi. E guardandoci intorno, possiamo dare a questi fenomeni dei nomi.

Quali?
Per citarne solo alcuni: Donald Trump, Viktor Orban, Jair Bolsonaro, Jaroslaw Kaczynski, Recep Tayyp Erdogan e via elencando.
Vede oggi qualche efficace anticorpo capace di combattere e debellare questi sintomi morbosi?
In questo momento, sinceramente no. Ma fa parte dell’essere in crisi il non sapere come uscirne. È come essere in mezzo a un guado, cercando di attraversare un fiume in piena: non scorgiamo più la vecchia riva ma non riusciamo neppure ancora a intravvedere la nuova sponda.

In Italia c’è chi a sinistra guarda al post Coronavirus, pensando che l’ancoraggio è il ritorno al pensiero socialista e socialdemocratico che ha caratterizzato la stagione del Welfare.
È una illusione. Oggi più che mai la sinistra non può pensare di ritrovare una sua centralità, di azione e di pensiero, cercando di difendere quello che i ceti popolari hanno ottenuto negli anni di crescita del Welfare state. È una nobile battaglia. Ma è una battaglia difensiva. E lo è tanto più in una epoca in cui lo Stato-nazione è sempre meno forte, e l’orizzonte da praticare non può essere quello di un neo keynesismo. Si discute molto in Europa sulla necessità di superare l’iper austerità e i vincoli di bilancio. Una necessità che l’emergenza sanitaria e la crisi economica che porta con sé, rendono ancor più impellente. Ma non è riproponendo un vecchio statalismo che la sinistra si farà portatrice di una visione in grado di attrarre soprattutto le giovani generazioni. Il futuro non potrà mai essere costruito rifugiandosi nel passato. E questo vale sia per i progressisti che per i conservatori.

Il termine “populista” viene spesso utilizzato per definire, in negativo, leader di destra e non solo. Non ritiene che sia un termine troppo semplificatorio?
Governare significa scegliere e indirizzare una politica verso segmenti sociali di riferimento e dunque contro altri (questo ad esempio è stato il thatcherismo). Il punto è un altro. Il punto che non oggi, ma da trenta-quarant’anni, la resistenza alla globalizzazione è stata condotta in nome della nazione. Mentre il capitalismo si è sempre più internazionalizzato, globalizzato, la resistenza ha sempre più assunto la dimensione, politica e culturale, nazionale, rimodulando in questa chiave anche parole d’ordine e suggestioni proprie di un vecchio internazionalismo proletario. Ecco allora che a «proletari di tutto il mondo unitevi» si sostituisce «proletari (operai) americani, o inglesi, o italiani… unitevi». Unitevi contro chi vi manaccia dall’esterno (i migranti e quant’altro). Se è vero che dopo il Coronavirus niente sarà più come prima, la sinistra cominci da se stessa.