La drammatica morte di George Floyd, soffocato a Minneapolis da un poliziotto che gli ha premuto per 9 interminabili minuti il ginocchio sul collo, ha riacceso le proteste negli Stati Uniti. E ha acuito il risentimento tra la popolazione afroamericana che non si è mai sentita rispettata, ma sempre privata di diritti e marginalizzata. Non è un sentimento ma un dato di fatto testimoniato dai numeri. Quello che emerge dai report pubblicati negli USA conferma una situazione di violenza che colpisce soprattutto i neri. Una ricerca pubblicata qualche anno fa sulla rivista scientifica Plos One evidenzia questo divario: negli USA un afroamericano disarmato ha la probabilità di essere ucciso dalla polizia mediamente 3,5 volte superiore rispetto a un bianco ugualmente disarmato. Un dato che in alcune contee si spinge fino a 20 volte più su. Nello stesso dossier si legge che la probabilità per un nero di essere sparato dalla polizia è più alta nelle città più grandi, dove i salari medi sono più bassi e c’è un gran numero di residenti neri. E infine “non c’è relazione tra l’influenza razziale negli spari della polizia e il tasso di crimine”: in poche parole il report dimostra che non c’è una correlazione tra la violenza eccessiva della polizia e un alto tasso di criminalità. Secondo il sito mappingpoliceviolence.org, il 99% degli agenti che vengono accusati o condannati per questi eventi non riporta accuse di tipo penale.

“Tutto ciò sta riportando a galla con forza il vecchio trauma storico della popolazione afroamericana”, spiega Rita Sinorita Fierro, sociologa italo-americana, nata a New York, con un dottorato di studi afro-americani tra le università La Sapienza di Roma e la Temple University di Philadelphia. Vive e lavora negli Stati Uniti ed è spesso in contatto con gruppi di attivisti afroamericani. In 15 anni di esperienza sul campo tra quartieri dei bianchi e dei neri, si è fatta un’idea ben precisa di quello che sta succedendo in un’America che sembra essere tornata indietro nel tempo. Una nazione dalle grandi ambizioni ma che negli ultimi giorni ha riportato al mondo l’immagine stridente di una democrazia dal primo presidente afroamericano ma che continua nei fatti a trattare diversamente una parte dei suoi concittadini.

I suprematisti bianchi che cavalcano l’odio – Rita ci accompagna in un breve giro nella città di Philadelphia, tra i vetri rotti delle vetrine e i negozi saccheggiati e spiega che c’è un criterio in quanto accaduto: “Si tratta di una polemica contro le grandi catene – spiega la sociologa – che aprono negozi ma portano altrove i soldi guadagnati. C’è una critica allo sfruttamento della gente povera che alimenta catene enormi che poi non reinvestono negli stessi spazi”. Rita racconta che a Minneapolis quando la rivolta è scoppiata è stata subito cavalcata da suprematisti bianchi che hanno iniziato a spaccare tutto. Poi la colpa è ricaduta sui neri. “A Minneapolis hanno scoperto che tutte le persone arrestate dalla polizia durante la seconda notte non era locale e che sono state trovate riserve di bombe a mano probabilmente preparare mesi fa. Poi ci sono persone che vanno in giro con maschere a gas, loro erano già pronti a una rivolta di questo tipo. Il nazionalismo bianco è gravemente cresciuto con l’era di Trump. Ma in realtà sono cresciute già il giorno dopo l’elezione di Obamba, perché videro l’elezione del primo presidente afroamericano come un affronto. Un nero non sarebbe mai dovuto essere eletto presidente. Quello che vogliono i suprematisti bianchi è istigare una guerra razziale. Ci sono tanti video che testimoniano che sono i bianchi che mentre i neri protestano in strada spaccano vetri e vanno via. Poi c’è chi trova il negozio aperto, entra e fa razzia. Ma non sono tutti le stesse persone, c’è un miscuglio generale”.

La violenza della polizia contro i neri. Rita racconta che Obama ha avviato una serie di indagini nei distretti di polizia perché i numeri degli afroamericani morti per mano della polizia erano aumentati a dismisura. La sociologa ha fatto parte del team di valutazione del programma di training per polizia e comunità sull’istruzione ai trauma. Un training volto a migliorare il rapporto tra comunità e polizia. Ha svolto questo lavoro in particolare a Newark, New Yersey, una delle città in cui gli agenti erano risultati più colpevoli per abuso di forza nelle comunità di colore. “Ciò significa che nelle zone dei bianchi questi poliziotti si comportavano in maniera più tranquilla, in zone nere, invece, usavano la mano pesante. Visto che molti di questi poliziotti erano colpevoli di aver agito con eccessiva violenza, si è deciso di porre delle telecamere sulle loro divise. Accorgimenti in più ce ne sono stati ma questo non basta”.

Con le nuove tecnologie la violenza è sotto gli occhi. La ricercatrice ha studiato per anni l’afrocentricità e l’antirazzismo negli Stati Uniti: il frutto del suo lavoro è racchiuso nel libro dal titolo “L’identità afroamericana. Nascita ed evoluzione del movimento afrocentrico degli Stati Uniti” (ed. L’Harmattan). Spiega che le uccisioni dei neri da parte della polizia ci sono sempre state, a partire dagli anni della fine della schiavitù. Quello che c’è di differente oggi e che sta accendendo maggiormente la voglia di riscatto sono i social media. “Tra gli smartphone e Facebook è tutto davanti ai nostri occhi così come accade”.

La sensazione di ingiustizia e quella di non contare. La violenza di per se è una ferita grave per gli afroamericani, ma per Rita Fierro la cosa per loro più insopportabile è che spesso i poliziotti che sparano non vengono imputati: non sono nemmeno sottoposti a processo. La sociologa frequenta varie comunità afroamericane, vive in un quartiere prevalentemente afroamericano, e conosce bene il senso di ingiustizia che affligge chi magari ha visto il proprio fratello o figlio morire sotto il tiro della polizia. A questo si aggiunge la sensazione di non contare affatto nella società. “Quando si sono resi conto che a morire di Covid erano soprattutto gli afroamericani e di ceto basso hanno detto ‘vabbè riapriamo comunque, muoia chi muoia’”.

Una generazione delusa. “Non sono solo le ultime uccisioni, ma tutte le morti accumulate che stanno accendendo la rabbia specialmente nei più giovani”. Fierro parla soprattutto della generazione tra i 20 e i 30 anni, quella che è vissuta con un presidente nero per 8 anni e che per la prima volta ha avuto un senso di positività verso il futuro: “Hanno vissuto la leadership nera nella quotidianità con l’elezione di Obama e hanno fiducia”, dice la sociologa. Gli ultimi eventi di cronaca stanno scalfendo il loro entusiasmo, che si sta trasformando in necessità di protesta, per questo secondo Rita Fierro sta aumentando l’attivismo e la rabbia in tutta la nazione. Questi ragazzi sentono ancora molto quello che è successo ai loro genitori o ai loro nonni durante le lotte contro la segregazione razziale degli anni ’60: “È la generazione subito prima di loro a essere stata presa a morsi dai cani della polizia e pestati a calci dai loro cavalli. Non è passato abbastanza tempo da poterlo dimenticare”.

“Il divario tra bianchi e neri più ampio che negli anni ’70”. “Oltre ai ricordi le nuove generazioni fanno i conti con una frustrazione intensa: la discriminazione nella quotidianità”. Le statistiche infatti dimostrano che i neri, anche se di estrazione borghese, sono sempre più poveri rispetto ai bianchi o comunque vivono situazioni più precarie sotto vari aspetti. Le difficoltà economiche rendono sempre più raro l’accesso alle Università e a una formazione migliore. La conseguenza è che i neri occupano le posizioni lavorative meno prestigiose e il guadagno è più basso. “Molti afroamericani dicono che la schiavitù non è mai finita, ma è solo cambiata. Ci sono afroamericani che hanno avuto successo ma sono solo casi isolati. Molti sociologi hanno studiato che il divario tra bianchi e neri è più ampio adesso che negli anni ’60 e ’70”. Secondo la sociologa quei sistemi creati per tenere i neri separati dai bianchi fino al tempo delle lotte per i diritti civili sono cambiati di nome ma non di fatto. Una considerazione frutto di sei anni di studio per la sua tesi di dottorato alla Temple University di Philadelphia. “Noi abbiamo reso illegale la discriminazione aperta ma in modo implicito si è continuato a farlo”, dice la ricercatrice. Sostiene che negli Stati Uniti ogni sistema agisce sulla popolazione bianca e nera di fatto in modo diverso, anche se questo non si può mai dire esplicitamente. E fa alcuni esempi: “Negli USA le scuole sono finanziate per lo più dalle tasse locali, e solo in minima parte da fondi statali. Questo vuol dire che una scuola di una zona povera riceve molti pochi soldi rispetto a quella di una zona ricca, tutto questo a distanza di pochi chilometri. E chiaramente nelle zone povere vivono i neri”. La sociologa parla anche della crisi dell’oppio, un’altra testimonianza di come in USA ci siano sempre state due americhe. “Quando l’eroina che ha a base l’oppio ha devastato le comunità afroamericane tra gli anni ’70 e ’80, la politica era fare ‘guerra’alla droga. Quando i tossicodipendenti erano i bianchi c’è stato invece tutto in giro di compassione nei loro confronti e un grande investimento per essere di supporto a queste persone. Agli afroamericani per la stessa dipendenza compassione zero, anzi guerra”. La dottoressa cita anche il sistema dell’assistenza sociale che toglie i figli alle famiglie e colpisce per lo più i neri, o i sussidi che privilegiano le madri vedove piuttosto che le ragazze madri che sono in prevalenza nere. Rita Fierro conosce bene queste tematiche su cui sta svolgendo ricerche da 15 anni e su cui ha incentrato il libro “Ridammi mio figlio”, di prossima pubblicazione. Per la sociologa ogni sistema in America ha fatto questo e quindi la discriminazione è avvenuta in modo indiretto. “La situazione degli afroamericani rispetto agli anni ’60 è peggiorata – continua la sociologa – Basti pensare che in carcere ci sono più afroamericani oggi che quanti ne erano schiavizzati negli anni della schiavitù”.

Segregazione abitativa e il velo della cordialità. Una recente mappatura delle maggiori città americane fatta dal New York Times, testimonia come la segregazione continua a livello geografico. Gli immigrati e gli afroamericani si accorpano per quartieri formando dei veri e propri ghetti: “la stessa situazione che Martin Luther King stava cercando di abolire quando è stato ucciso” chiosa la sociologa italoamericana. Qui nascono e proliferano i luoghi comuni, per cui in una città come Philadelphia, che è per metà abitata da bianchi e per l’altra metà da neri, è difficile trovare la sera seduti in un bar lo stesso numero di bianchi e di neri. Rita Fierro racconta che a Philadelphia la diffidenza tra bianchi e neri c’è, ma è sempre nascosta da un velo di cordialità: “È il modo in cui gli Stati Uniti hanno messo sotto il tappeto la segregazione: i bianchi che non si ritengono razzisti sono molto cordiali con i neri, ma spesso gli afroamericani recepiscono questo atteggiamento come finto. La dinamica che si crea è paradossale: un bianco, che non ha rapporti con gli afroamericani e non ne capisce la storia, cerca di essere rassicurato dal nero sul fatto di essere una brava persona. Ha bisogno di una ‘validazione esterna’ sulla propria bontà. Gli afroamericani questa cosa la detestano perché soffrono il trauma storico ma purtroppo sanno che per vivere in questa società devono imparare ad esserlo”.

Usa paese razzista, compresi gli italoamericani. Molti degli americani lo confermano: “Gli Stati Uniti sono un paese razzista, è ancora lunga la strada da fare”. E anche gli italo-americano non sono stati da meno. La sociologa racconta che in massa hanno votato Trump perché nemmeno loro potevano accettare l’idea del presidente afroamericano. “Na novità di questa ondata di proteste è che sono tantissimi i bianchi che stanno partecipando alle manifestazioni, molto più che in passato. E questo mi dà una grande speranza che qualcosa sta cambiando”.