«L’insurrezionalismo bianco c’è sempre stato nella storia americana, ed è sempre stato antinero e antiebreo, ma non aveva mai avuto un capo politico legittimo, in grado di apparire nelle comunicazioni nazionali. Da quattro anni questo capo c’è. Siede alla Casa Bianca, e il suo nome è Donald Trump». Se c’è un giornalista e scrittore che conosce ogni sfaccettatura del “pianeta Usa”, questi è Furio Colombo. Negli Stati Uniti è stato corrispondente de La Stampa e La Repubblica. Ha scritto per il New York Times e la New York Review of Books. È stato presidente della Fiat Usa, professore di giornalismo alla Columbia University, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura. Il Riformista lo ha intervistato, in uno stimolante viaggio politico-intellettuale che lega passato e presente. Sintetizzabile nel titolo di uno dei suoi libri più recenti: Trump Power. Dalla Nuova Frontiera di JFK al Muro di Donald. Cosa è successo all’America (Power First).

“A time for greatness”: così recitava lo slogan elettorale della campagna presidenziale del 1960 di John Fitzgerald Kennedy, una delle grandi campagne elettorali nella storia degli Stati Uniti d’America. Sessant’anni dopo, cosa è rimasto di quel “time for greatness”?
Ciò che è rimasto del passaggio della “meteora Kennedy” è un senso di aspettativa di cose grandi, nuove, intelligenti e davvero fortemente innovative. La parola innovazione nasce allora, con JFK. È allora che l’America più giovane comincia a intravvedere che il senso di sé non è la continua celebrazione dei fasti, veri o presunti, del passato ma è l’invenzione del futuro. È un cambio di prospettiva, di visione, di straordinario significato in un Paese nelle cui vene continua a pulsare la celebrazione continuata di se stessa, e in questa vena che si colloca Trump. Kennedy rappresentò una rottura radicale di questa narrazione autocelebrativa, affermando l’idea di una ricelebrazione come costruzione e immaginazione del futuro. Come dire a se stessi: abbiamo un dovere molto più grande verso il mondo. E questo dovere sta nel dare l’esempio e segnare la strada, invece di bloccarla e presidiarla. Una rottura tanto più significativa, perché a determinarla non era “solo” il candidato Kennedy, ma anche lo scrittore Kennedy, che nel 1957 ricevette il prestigioso premio Pulitzer per il libro, che scrisse nel 1955 quando era un giovane senatore, Profiles in Courage (Ritratti del coraggio). Il coraggio di prendere decisioni impopolari ma necessarie anche a rischio della carriera politica e perfino della vita. Questo fu, per molti versi, il lascito più importante di John Fitzgerald Kennedy, che oltre ad essere più affascinante, elegante, comunicativo, era anche il più colto. Per realizzare le cose in cui si crede si deve mettere in conto anche l’essere impopolari. Davvero una grande lezione.

Una lezione che ci porta all’oggi. Un oggi infuocato per l’America. La rivolta degli afroamericani scatenata dall’uccisione di George Floyd a Minneapolis, si estende e si radicalizza. Si contano le prime vittime, in oltre 40 città americane è stato dichiarato il coprifuoco. Cosa cova sotto la cenere della rivolta?
Cova qualcosa che attenti intellettuali americani, purtroppo non molti e neanche i più mediatizzati, hanno tenuto sottocchio, e cioè il suprematismo bianco. Il suprematismo bianco non è un fenomeno del Terzo Millennio. In Racconti di rabbia, John Dyer parlava nel 1980 di settantamila suprematisti bianchi attivi che aspettavano un segnale per cominciare la caccia ai negri. Bisogna ricordare che l’equilibrio americano, sulla questione razziale, si è mantenuto perché il partito Repubblicano per tutto il dopoguerra, dal dopo Nixon in avanti, si era associato all’impegno dei Democratici nel difendere e radicare i diritti civili. Semmai, c’è da mettere in evidenza un singolare rimescolamento trasversale ai due partiti, prima e dopo Kennedy. Rimescolamento nel senso che molti repubblicani erano antirazzisti, al contrario di molti democratici del Sud, che invece sposavano posizioni marcatamente razziste. È il caso eclatante del governatore dell’Alabama, George Wallace, democratico e bianco, che avrebbe voluto impedire l’accesso all’università dell’Alabama del primo studente nero, James Meredith, il quale, scortato dall’esercito inviato dal ministro della Giustizia, Robert Kennedy, entrò all’università. «Io sono stato eletto per questo», motivò Wallace il suo comportamento. «E io devo rispondere a tutti i cittadini americani», replicò Robert Kennedy, aggiungendo che se l’Alabama avesse mantenuto il punto, sarebbe uscita dalla Federazione, che da 50 Stati sarebbe passata a 49. Successivamente Wallace fu colpito da una tragedia personale, vittima di un attentato di estrema destra, e divenne uno dei grandi governatori liberal dell’Alabama, Già dagli anni Settanta, questo filone del suprematismo bianco aveva tre nemici contro cui combattere anche con azioni terroristiche.

Quali erano queste tre battaglie?
La prima era contro l’aborto, al punto da assassinare medici abortisti, almeno una decina e altri feriti gravemente, e far saltare in aria una ventina di cliniche che praticavano l’interruzione di gravidanza. E qui c’è l’affermazione, documentata, di Dyer, secondo cui ci sono più morti americani per mano di americani, di quelli rimasti vittime del terrorismo islamico, compresi i 3mila morti delle Torri Gemelle. Non appena si è allontanata la memoria di John e Robert Kennedy, il suprematismo bianco ha alzato la testa, marcato ancora di più il suo imprinting razzista, antisemita e anche anticattolico, contro una Chiesa giudicata troppo indulgente. Il suprematismo si fece ancor più pericoloso, come testimoniano due eventi che segnano questo saltò di pericolosità: 28 febbraio 1993. Quel giorno degli agenti della Polizia federale che si occupa di narcotraffico e di armi – U.S. Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms (ATF) – si presentarono al ranch di Mount Carmel a pochi km da Waco, in Texas con un mandato di perquisizione della magistratura. Di fronte agli agenti muniti di regolare mandato di perquisizione, gli abitanti del ranch reagirono con una sparatoria. Dopo 50 giorni l’Fbi che aveva preso la direzione delle operazioni diede il via a un assalto. Nella sparatoria e nell’incendio che seguirono morirono 76 persone incluso il capo della setta, David Koresh. Da allora “il massacro di Waco” è diventato per l’estrema destra un simbolo potente: un episodio di resistenza armata di liberi cittadini contro uno Stato centrale totalitario e oppressivo. La seconda data è il 19 aprile 1995: un attentato terroristico rade al suolo l’Alfred P. Murrah Federal Building, l’equivalente di una nostra prefettura, nel centro di Oklahoma City. Il bilancio è di 168 morti, tra cui 19 bambini, e 672 feriti. A compiere questa immane strage fu un veterano della guerra del Golfo, Timothy McVeigh, (condannato a morte e giustiziato l’11 giugno 2001, ndr) diventato un eroe per i suprematisti bianchi, non solo americani. Una lunga punteggiatura di sangue che ci porta fino a Trump, che a quei tempi non esisteva ancora come leader politico. Questi due attentati sono la prova più grande che qualcosa di grosso e di estremamente pericoloso esisteva già prima dell’emergere come politico di Donald Trump.

Cosa ha aggiunto The Donald a questo fenomeno inquietante?
Trump ha dato una vampata di incoraggiamento al razzismo antinero e anti-ispanico, proiettando questo atteggiamento razzista anche oltre i confini americani. Vede, non ho nascosto che la vittoria di Trump mi ha trovato sorpreso. Poi, però, ho capito che si è trattata della risposta dell’America dei bianchi all’America nera. L’insurrezionalismo bianco c’è sempre stato, ed è sempre stato antinero e antiebraico, ma non aveva mai avuto un capo politico legittimo in grado di apparire nelle comunicazioni nazionali. C’erano potenti capi banda e pericolosi capi clan, ma nessuno era mai arrivato alla ribalta politica nazionale. Fino a quando entra in scena Donald Trump, che fa suo fino all’ultimo punto la predicazione dei suprematisti bianchi, spingendosi fino al punto di twittare, nel vivo di una rivolta sempre più estesa, che “antifa” (antifascista) sarà considerato un termine terrorista – termine da lui mai utilizzato per i crimini dei suprematisti – e che gli “anarchici radicali” saranno sedati “dai cani più feroci dei servizi segreti”. Attorno a Trump, peraltro, si creano due grandi equivoci mai chiariti…

Quali?
Il rapporto con i cattolici. Steve Bannon, ideatore della campagna presidenziale di Trump e ispiratore ideologica del suo “America first”, si dichiara apertamente un estremista cattolico, e ha portato per la prima volta, con brutalità e violenza, una parte dei cattolici, dalla parte dell’estrema destra. L’altro equivoco riguarda i rapporti con Israele e parte dell’ebraismo americano. Israele non ha mai avuto amici razzisti né li ha mai accettati, basti pensare al sostegno di Martin Luther King, dall’altra parte, però, c’è il fatto di avere in casa il marito della sua figlia prediletta, Ivanka, quel Jared Kushner che viene da una famiglia ricca come quella di Trump e che ha assunto un ruolo informale, e se si vuole illegale, perché mai ufficializzato, di consigliere presidenziale per il Medio Oriente e, in particolare, per i rapporti con Israele. Non è Israele che sta a cuore a Trump, ma stabilire e rafforzare i rapporti con una destra dura, spregiudicata e, se necessario, estrema. Noi non stiamo parlando del rapporto fra un grande Paese democratico e ciò che rappresenta libertà e democrazia in Medio Oriente, ma del rapporto fra due leader, Trump e Netanyahu, che appartengono allo stesso tipo di destra. La commistione fatta da Trump, e dal suo consigliere-genero, ha lacerato l’ebraismo americano, che almeno per la metà è anti-Trump.

A novembre l’America elegge il nuovo presidente. Joe Biden, il candidato dei Democratici, è l’uomo giusto per contendere a Trump la Casa Bianca?
È come se ai tempi della resistenza antifascista ci si fosse interrogati se Ferruccio Parri era l’uomo giusto. Semplicemente, è quello che avevamo. Forte, onesto, coerentemente antifascista. Biden è un sincero democratico, ed è stato grande sostenitore di Obama. Ci auguravamo una personalità più forte, questo sì, ma se fossi un elettore americano ne desidererei ardentemente la vittoria. Una persona perbene alla Casa Bianca, è già una conquista.