La politica italiana vive ormai su due alfabeti. Quello nazionale, che ordina il mondo per tribù e fedeltà, e quello dei territori, dove gli stessi schieramenti si sciolgono e si ricompongono secondo regole proprie. Il Veneto è il posto dove la distanza fra i due si vede meglio. Qui un partito può stare col centrosinistra alle regionali e con un sindaco di centrodestra in città nel giro di poche settimane, senza che nessuno parli di tradimento.

A Venezia la lista civica di Venturini ha pesato più di ogni simbolo nazionale; a Padova un costruttore prestato alla politica governa da anni su un perimetro che a Roma non avrebbe casa. Zaia raccoglie duecentomila preferenze che non appartengono alla Lega ma a sé stesso e presiede l’aula. Sono mosse che la logica nazionale non sa leggere, perché ne seguono un’altra: la prossimità, il nome riconosciuto, il problema concreto prima della bandiera.

Sia chiaro, è una dinamica che contempla anch’essa i suoi rischi. Lo stesso meccanismo produce notabilato, personalizzazione, partiti ridotti a contenitori vuoti. Ma sbaglia anche chi lo liquida come mera anomalia: i territori non si discostano dagli equilibri nazionali per capriccio, lo fanno perché quegli equilibri, guardati da vicino, non rispondono più alle domande di chi deve amministrare. Il punto, allora, non è se il Veneto abbia qualcosa da insegnare alla politica nazionale. È se la politica nazionale sia ancora capace di ascoltare un Paese che, comune dopo comune, ha già smesso da tempo di parlare il suo alfabeto.

Spritz

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