I due decreti sicurezza varati dal governo gialloverde, anche definiti “decreti Salvini” e considerati i provvedimenti simbolo di quell’esecutivo, sono l’esempio di come si possa strumentalizzare un fenomeno complesso fornendone all’opinione pubblica una visione distorta, e di come si possa creare conflittualità sociale, marginalità e insicurezza mentre si annuncia maggiore sicurezza.  Questo è ciò che ormai quasi tutti i sostenitori dell’attuale governo affermano ed è pienamente condivisibile. Quelle norme – secondo il giudizio unanime dei maggiori conoscitori della materia – oltre ad avere una potente valenza demagogico propangandistica, hanno concretamente leso diritti umani e hanno danneggiato la società italiana colpendo i luoghi e gli strumenti attraverso i quali si realizzano la protezione e l’inclusione dei cittadini stranieri: processi tanto delicati e difficili quanto indispensabili e preziosi nella società contemporanea, su cui al contrario bisognerebbe investire con costanza e dedizione.

Quei decreti, come noto, hanno pesantemente investito e, in alcuni casi travolto, una serie di principi costituzionali e del diritto internazionale che dovrebbero rappresentare degli obblighi inderogabili per il nostro Stato, come il Presidente della Repubblica è stato costretto a ricordare intervenendo a più riprese con comunicazioni rivolte al governo e ai presidenti delle Camere.
Alla luce di queste considerazioni, è evidente l’importanza politica dell’intervento che il governo e la maggioranza vorranno e sapranno fare sui decreti sicurezza. Se sarà un intervento volto esclusivamente a registrare, rimodulare, diminuire l’intensità di alcune delle misure volute da Salvini, vorrà dire che il governo e la maggioranza ne avranno mantenuto l’impianto, la ratio e, tutto sommato, ne avranno emulato la volontà politica. Li avranno, in qualche misura, fatti propri.

Se, ad esempio, ci si dovesse limitare ad abbassare la sanzione pecuniaria per i soggetti che, pur impegnati in operazioni di salvataggio in mare, violino l’ordine del governo di non entrare nelle acque italiane, o ci si dovesse limitare ad aggiungere altri “casi speciali” (quali?) per il riconoscimento di permessi di soggiorno dopo l’abrogazione di quelli per motivi umanitari che davano attuazione all’articolo 2 e 10 della nostra Costituzione, vorrebbe dire che l’odiosa retorica del “business dell’immigrazione” e dei “taxi del mare” continua a vincere ed ha convinto anche molti di coloro che erano all’opposizione del Conte I e votarono contro la conversione di questi decreti.

Le notizie circolate sul provvedimento su cui da mesi lavora il ministro Lamorgese ci parlano degli interventi resi necessari dai rilievi del Capo dello Stato, di cui si è detto sopra, della possibilità di iscrizione all’anagrafe per i richiedenti asilo come imposto da numerose sentenze di tribunali italiani, del ritorno ai due anni di attesa (che Salvini aveva portato a quattro) per l’esame delle domande di cittadinanza. Sono punti importanti, che devono costituire la base per un cambio di politica sul tema più ampio, sul quale – mentre scriviamo – nella riunione di maggioranza si sta cercando un’intesa.  L’attuale maggioranza dovrà spingersi più avanti se intende confermare il suo giudizio sui “decreti Salvini”. Ricordo che entrambi quei provvedimenti ebbero una significativa lievitazione durante la loro conversione in legge. In negativo.