La nazionale di Roberto Mancini non è andata al di là di due pareggi nelle ultime partite del girone di qualificazione ai Mondiali. Un Falso Movimento inatteso per i campioni d’Europa. E qui non parliamo del gruppo d’avanguardia che consacrò sulla scena del teatro nazionale Mario Martone, protagonista domani, dopo il successo cinematografico di “Qui rido io” sull’epopea di Scarpetta, dell’attesissima prima dell’Otello di Verdi al San Carlo; ma di un’involuzione di gioco e risultati, che ha condannato gli azzurri a giocarsi la coppa del Mondo ai play off.

Nell’acquarello sbiadito di Casa Italia, anche Lorenzo Insigne non ha brillato, penalizzato da una carente condizione di forma e dalla scelta di Mancini di schierarlo falso nueve contro i colossi nord irlandesi. Non è stato certo il solo a deludere, perché molti nazionali hanno fatto anche peggio, ma ad Insigne sono toccate le critiche più feroci sui media e sui social locali e nazionali, come spesso accade. Strano destino quello del capitano del Napoli, che non è mai stato considerato un fuoriclasse, eppure viene criticato come se lo fosse. Lo Jago geloso e travolto dall’invidia, che abita l’animo di coloro che lo considerano un “cafone di Frattamaggiore” o l’ennesimo napoletano di Gomorra in libera uscita, impedisce di vedere che Lorenzo è “solo” un grande calciatore, con i suoi alti e bassi, arrivato al successo grazie a sacrifici enormi. Un ragazzo della grande metropoli napoletana che, alla soglia dei trent’anni, ha riscattato la sua condizione sociale e familiare, senza rinunciare alla sua provenienza popolare e senza sentirsi nato sotto un accento sbagliato. Sono queste le colpe imperdonabili di Insigne e non certo la bassa media realizzativa del suo tiroaggiro, perlomeno agli occhi di quei napoletani che si sentono sempre in dovere di scusarsi con il mondo per tutto quello che accade in città, in preda a un fremito subalterno e inestinguibile di espiazione collettiva, questo sì tremendamente provinciale.

Ma, per fortuna, non tutti i napoletani si sentono “dannati della terra” e perciò Paolo Sorrentino, che ha voluto al Metropolitan di via Chiaia la prima di gala del suo “È stata la mano di Dio”, candidato agli Oscar per l’Italia, ha potuto sbeffeggiare con leggerezza il ritratto stereotipato e a tinte fosche di Le Figaro, che sembrava fatto apposta per innescare l’ennesimo dibattito autolesionista e compassionevole sulla città maledetta, chiarendo con un sorriso che Napoli “sa cavarsela benissimo da sola”. Del resto, Napoli è la vera capitale del cinema italiano, e può tornare ad essere anche una delle capitali europee della cultura e dell’arte, vocazione che la sua storia bimillenaria di sfavilli e miserie non ha mai smesso di alimentare. Tocca al sindaco Gaetano Manfredi riportare in auge la potenza simbolica e l’immaginario poliforme e poroso che Napoli continua a rappresentare, sostituendo alla scassata rivoluzione arancione una stagione di efficienza e creatività. Dissesto permettendo.