Mentre su queste pagine si discute con preoccupazione (e un pizzico di moralismo) dell’“estraneo” che i genitori progressisti californiani mettono nella cameretta dei figli, della soglia anagrafica che non funziona e dei padri che legiferano per assolversi, vale la pena spostare lo sguardo su un disastro già in corso, ben più silenzioso e di gran lunga più efficace. In Occidente una quota crescente di donne tra i 25 e i 40 anni non ha figli. Non stiamo parlando di proiezioni future: i dati attuali dicono che la nulliparità temporanea in quella fascia d’età oscilla tra il 30% e oltre il 50% a seconda del Paese e della sottofascia (negli Stati Uniti si arriva al 63% tra le 25-29enni e al 40% tra le 30-34enni; in Germania al 27% tra le 35-39enni). La nulliparità definitiva, quella delle donne che arrivano a 45-49 anni senza aver procreato, si attesta già intorno al 15-25% in gran parte dell’Europa occidentale e del Nord America, con punte più alte in Italia, Spagna e Germania. Numeri che, tradotti in reti di sostegno, significano milioni di anziani destinati a non avere figli che li assistano, né affettivamente né materialmente, nei prossimi decenni.

Jordan Peterson, psicologo clinico e ricercatore, lo ha detto con la sua solita eleganza: “Una donna su due sotto i 30 non ha figli. La metà di queste (quindi una su quattro) non ne avrà mai. E il 90% se ne pentirà. È involontario. È una catastrofe”. Per migliaia di generazioni la specie umana ha fatto una cosa piuttosto banale e biologicamente ossessiva: riprodursi. Non per idealismo, non per metafisica, non per “tramandare un pezzo di sé”. Semplicemente perché funzionava. Chi non lo faceva spariva. Oggi, con intelligenza organica e tutti i suoi prodotti culturali, abbiamo deciso che quella spinta è negoziabile. L’abbiamo rovesciata in nome di teorie sociali, incubi ecologici, carriere, “scelte di vita” e una certa estetica del sé che considera la procreazione un optional, se non un peso. Certo, non tutto è ideologia. Il costo della casa e degli affitti nelle grandi città, la precarietà lavorativa prolungata, i salari reali stagnanti, la scarsità di servizi per la prima infanzia e il ritardo strutturale con cui i giovani conquistano un’autonomia economica reale pesano e non poco. Sono ostacoli concreti, misurabili, e qualsiasi discorso serio sulla natalità che li ignorasse sarebbe incompletezza. Ma confondere questi freni materiali con la causa primaria del fenomeno è un modo elegante per non guardare in faccia la scelta culturale che li ha resi decisivi: la decisione collettiva di trattare la procreazione come un optional negoziabile, subordinato a ogni altra priorità.

Il risultato non è un lieve aggiustamento demografico: è un buco strutturale nella catena di trasmissione culturale e materiale che tiene in piedi una civiltà. A confronto, l’Intelligenza Artificiale che “bypassa i genitori” fa quasi tenerezza. Sì, i chatbot companion rispondono male alle emergenze adolescenziali, inventano amicizie e possono isolare ulteriormente. Ma quanto danno possono fare rispetto a una generazione di adulti che ha già deciso, in percentuali storicamente anomale, di non mettere al mondo la generazione successiva? Se l’IA lascia soli i ragazzi di oggi, almeno non gli ha prima tolto i nonni e i genitori che avrebbero dovuto esserci. E qui torna utile l’osservazione di Claudio Velardi: gli adulti di questa stagione sono già largamente colonizzati da bot, algoritmi e narrazioni tossiche. Credono al complotto delle Torri Gemelle, del Covid, al Putin vittima, alla leggenda ancora tenacemente ripetuta del “genocidio” in Palestina nonostante ogni smentita numerica e contestuale. Sono gli stessi adulti che, mentre si indignano per l’IA nella cameretta, hanno prodotto tassi di nulliparità che nessuno Stato autoritario del Novecento era riuscito a imporre con la forza.

La domanda, a questo punto, diventa cinica ma legittima: se questa generazione di genitori biologici è riuscita a infliggersi un danno demografico di questa portata, quanto peggio può fare un modello linguistico che, almeno, non ha ideologie da difendere e non si sente in dovere di salvare il pianeta smettendo di riprodursi? L’Intelligenza Artificiale non ha inventato la denatalità. L’ha soltanto trovata già installata. E forse, in un Occidente che ha deciso di mettere in crisi il proprio corredo genetico e culturale con una nonchalance quasi aristocratica, l’“estraneo” digitale non è il pericolo principale. È soltanto lo specchio di una stupidità biologica che abbiamo coltivato noi stessi, in nome della libertà e con piena consapevolezza. Il resto è solo un teatro per un dibattito regolatorio.