La sua è un’amara, possente, tragicamente bella, riflessione su un mondo incapace di imparare le lezioni della storia. Un mondo incorreggibile. E poi, l’anticipazione a Il Riformista: «Ho appena consegnato le bozze del mio prossimo libro, Io sono Francesco». Un libro in cui Edith Bruck racconta del rapporto con Papa Francesco. «L’ho incontrato quattro volte – dice – e l’impressione che ne ho ricavato sin dalla prima volta è quella di una persone eccezionale, sotto ogni punto di vista». Una persona che quelle lezioni ne ha bene in mente.

In una visita nella sua casa romana, Papa Francesco ha ringraziato la scrittrice per la sua testimonianza, ripetendo davanti a lei le parole pronunciate allo Yad Vashem, il Mausoleo della Shoah di Gerusalemme: «Perdono, Signore, a nome dell’Umanità». Di origine ungherese, Edith Bruck è nata in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alla deportazione, dopo anni di pellegrinaggio, approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nei suoi libri ha reso testimonianza dell’evento nero del XX° secolo. Ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue.

Mentre l’attenzione internazionale è tutta concentrata sull’Ucraina, nel Mediterraneo si continua a morire. Ma quelle persone morte affogate mentre tentavano di raggiungere le coste italiane o quelle greche, fuggendo dagli orrori di guerre, stupri di massa, pulizie etniche, sfruttamento disumano, non fanno più notizia. Sono numeri, non persone.
È qualcosa di terribile. È come se fosse loro destino quello di affogare. Ora si parla della tragedia della Marmolada. Anch’io piango quei morti, ma al tempo stesso non posso non indignarmi sull’assenza di pietas e d’interesse verso le persone, anch’esse esseri umani, che trovano la morte nel Mediterraneo o nel deserto. Ci sono morti che procurano dolore e morti che non procurano niente. C’è del razzismo anche nel dolore e nell’accoglienza. Un razzismo in morte oltre che in vita.

E questo si consuma anche in un momento in cui sembrava esserci più empatia nei confronti di chi scappa dalla guerra. Penso agli ucraini. E gli altri?
Gli altri sono lontani. Gli altri sono di colore. Gli altri sono di religione diversa. Sono “diversi”. Lontani da noi. Pensiamo che siano lontani e invece tutto è vicino e tutto si riflette sulla nostra vita, sui nostri paesi.

L’unico che cerca insistentemente di dire qualcosa di più alto e nobile, è Papa Francesco. Domenica scorsa, nel corso dell’Angelus, ha affermato, cito testualmente: «Bisogna passare dalle strategie di potere politico, economico e militare a un progetto di pace globale. No a un mondo diviso tra potenze in conflitto, sì a un mondo unito tra popoli e civiltà che si rispettano».
Il problema, non suo, nostro, è che nessuno l’ascolta. Non fa altro ogni giorno che parlare per la pace mondiale, per la pace fra i popoli. Ha detto di essere pronto a recarsi a Kiev e anche a Mosca. Messaggero di pace, e non fornitore di armi. Sembra parlare ai muri. E questa è la tragedia.

Mentre per i Grandi della Terra, quelli che esercitano potere, ritrovatisi nel recente vertice della Nato a Madrid, sembra che l’unico assillo sia quello di decidere chi armare, quando armare, come armare. Ha un futuro un mondo così?

È un commercio anche quello. Più armi mandano e più gente morirà. Le armi sono fatte per uccidere. È incorreggibile questo mondo. È incorreggibile l’uomo.

L’uomo non impara niente dalla storia?
Niente. Proprio niente. È il mulo peggiore che esista al mondo.

Signora Bruck, cosa si dovrebbe fare quanto meno per mantenere viva una memoria. Lei su questo ha scritto tanti bei libri…
Io non faccio altro da una vita ormai.

Lei va spesso a parlare nelle scuole…
L’ho fatto fino all’ultimo giorno dell’anno scolastico.

I ragazzi che aveva di fronte a lei, come le sono sembrati?
I ragazzi hanno bisogno soprattutto di ascoltare. Hanno bisogno di sapere perché in casa non si parla. I ragazzi non si parlano con i genitori. Per non parlare degli anziani, che non contano niente, neanche in casa. Sono un peso per la famiglia e quindi appena possono se ne liberano. E questa è un’altra tragedia della nostra società.

Nei dialoghi che lei ha con questi ragazzi, spesso poco più di adolescenti, quali sono le cose che più le chiedono, di cui più sembrano interessarsi?
Quello che più mi chiedono l’ho raccontato nel mio ultimo libro: se perdono, se credo in Dio, se odio. Posso dire sempre che non odio nessuno al mondo. Per fortuna non conosco questo sentimento. Quanto al perdono, no. Un ebreo può perdonare, se ci riesce, per se stesso. Non posso perdonare, nessuno può farlo, per i “sommersi”, come diceva Primo Levi. Io non sono capace di perdonare. Io credo che il mio non odio sia già un perdono. Non ho mai odiato nessuno. Anche quelli della Hitlerjugend (la Gioventù hitleriana, ndr), mi facevano pena. Perché erano loro della scuola disumanizzati, non io nuda, mentre mi stavano disinfestando. Loro che mi sputavano addosso erano disumanizzati, non io.

Oggi si versa qualche lacrima solo davanti a una foto, sbattuta in prima pagina, particolarmente scioccante: il corpo scheletrico di una bambina siriana, il corpo senza vita di un bimbo sulla spiaggia, tragico epilogo dell’ennesimo naufragio in mare. Come se lo spiega, signora Bruck?
Quei bimbi non sono più esseri umani, ma quelle foto strazianti li trasformano in simboli. Un bambino morto sulla spiaggia diventa un simbolo che passa presto. Oppure la bambina siriana con i suoi grandi occhi infossati, in un corpicino scheletrico. Dopodiché è dimenticata anche la Siria, e non solo quella bambina. Per non parlare dei curdi. Adesso domina soltanto l’Ucraina, e la Russia.

Eppure nel mondo di guerre ce ne sono tante…
Tantissime. E sono colpevolmente, volutamente ignorate. Soltanto perché sono lontane da noi, pensiamo che non ci tocca. E invece ci tocca, eccome.

Ma questa “ignoranza” non è anche responsabilità del mondo della cultura e di quello della politica?
La cultura conta poco. I poeti e gli scrittori non hanno voce. Nelle dittature casomai non pubblicano i loro libri. È la politica che conta, non la cultura.

E che immagine sta dando di sé, rispetto a questi grandi temi di cui abbiamo parlato, la politica?
Io credo che la politica giri attorno al proprio ombelico. Lo vediamo ogni giorno. Ogni tanto parla di Biden, o di qualche altra cosa, ma al fondo mi pare che giri sempre attorno a se stessa. Un giro a vuoto. Alla prova dei fatti non risolvono nulla. Perché continuamente uno odia l’altro. Sono anche nemici di se stessi. Oggi rinnegano quello che hanno detto ieri e via così. E la gente non sa più cosa fare, cosa capire, cosa votare, con chi stare. Se sono confusi loro, i politici, pensi un po’ la gente cosa possa capire.

Il mondo è sempre più ingiusto, diseguale…
Il mondo è malato. Come ha ripetuto più volte, inascoltato, il Papa.

Ed è una malattia curabile?
No. Non credo nella cura perché sono passata dalla Seconda guerra mondiale ad oggi e siamo ancora lì. Col razzismo, con la povertà, con la miseria. Ogni minuto un bambino nel mondo muore di fame. Non mi pare che il mondo sia migliorato. Magari lo fosse! La democrazia, l’uguaglianza, la solidarietà sono innanzitutto un processo di maturazione individuale, interiore. È dentro ognuno di noi che dobbiamo maturare la solidarietà e non fare differenze fra nero, bianco, ebreo, cattolico o altro: siamo tutti esseri umani, e dovremmo dividere quel poco che abbiamo. Il problema è che l’uomo non ha ancora fatto pace con se stesso. Prima occorre far pace con se stessi, e dopo con gli altri. Ma forse è chiedere l’impossibile. Papa Francesco mi ha detto, incontrandomi, che è importante anche una goccia di bene in questo mondo…. E io gli ho detto: ho fatto già una pozzanghera. Cose che racconto nel libro che dovrà uscire, di cui ho appena consegnato le bozze…

Un’anteprima a Il Riformista. Come s’intitolerà?
Sono Francesco. Nel libro racconto il mio rapporto con Papa Francesco. L’ho incontrato quattro volte…

E che impressione ha avuto?
L’impressione migliore che si possa avere di un uomo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.