Luca Casarini, un passato da protagonista del movimento no global, oggi è impegnato in prima persona nel salvataggio dei migranti in mare. È capo missione sulla Mare Jonio, una delle navi di Mediterranea Saving Humans.

I migranti sono spariti dal discorso pubblico. O vengono criminalizzati oppure non esistono. Ma quale è la situazione ora nel Mediterraneo?
In questo momento ogni giorno centinaia di uomini, donne e bambini attraversano il Mediterraneo, alcuni arrivano a Lampedusa. Alle volte sono tratti in salvo dal soccorso civile, unica flotta esistente in questo mare, che tenta di evitare che affoghino, affondino vadano in distress con le loro barche di fortuna, stracolme, con le quali partono dalla Libia. La frontiera liquida della Libia, che riguarda un fenomeno globale che interessa 89 milioni di persone, è la più mortifera del mondo, per le scelte politiche fatte. Ci sono migliaia di persone che tentano di fuggire da lì. E mettersi in mare è l’unico modo.

I corridoi umanitari di cui ogni tanto si parla funzionano?
Non esistono modi legali di accesso in Europa. I cosiddetti corridoi umanitari sono una finta. Vengono sbandierati ma dalla Libia salvano ben poche persone. Sono uno spot più che altro. Quello che esiste, e purtroppo funziona molto bene, è invece il sistema criminale dei lager, denunciati dalle Nazioni Unite e dagli stessi profughi. Sostanzialmente sono dei campi di concentramento pagati con i soldi dell’Unione europea e dell’Italia, luoghi dai quali le persone tentano di fuggire. Cercano di scappare da un inferno. Attraversare il mare è l’unica opzione che hanno per restare vivi, per non essere torturati e, nel caso delle donne, violentate.

Rispetto ai governi precedenti è cambiato qualcosa con Draghi?
Bisogna fare due tipi di ragionamento. Il primo è strutturale. Dal punto di vista delle politiche per le migrazioni non è cambiato assolutamente niente. Questo governo continua a fare quanto fatto da Matteo Salvini, che a sua volta proseguiva sulla linea impostata dai governi progressisti. La differenza è che il leader della Lega lo sbandierava ai quattro venti, facendone una questione di marketing per la sua campagna elettorale. I lager libici e questa specifica forma di esternalizzazione della frontiera a Sud dell’Italia si devono a Marco Minniti, allora ministro dell’Interno del governo Gentiloni che ha trasformato e razionalizzato questo sistema – soldi in cambio del blocco degli esseri umani – istituendo il Patto Italia-Libia. Dal 2017 ad oggi, un miliardo di euro sono stati stanziati a favore di questo dispositivo criminale. Altra questione è invece l’atteggiamento del governo Draghi che non ne fa una questione di marketing politico. Abbiamo però registrato anche con questo esecutivo la tendenza a osteggiare il soccorso civile in mare.

Anche papa Francesco ha definito lager i campi libici.
Nel Mediterraneo è come se ci fossero migliaia di Bucha. Siccome ci scandalizziamo – giustamente – per le fosse comuni in Ucraina, dovremmo anche sapere che siamo gli artefici di una delle più grandi fosse comuni di esseri umani che esiste in questo pianeta. Di fronte a questo noi del soccorso civile andiamo in mare per aiutare le persone a fuggire e a salvarsi.

Senza le Ong impegnate nel Mediterraneo saremmo qui a contare ancora più morti. Ma invece che ringraziarvi, invece di darvi il premio Nobel per la pace, hanno fatto partire le inchieste, criminalizzandovi. In questo momento quali processi sono in corso?
Io stesso sono sotto inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che è questo famigerato articolo 12, una sorta di 270 bis applicato al mare. Questo articolo prevede come pena minima 15 anni di galera: è la scusa per alcune procure – animate da personaggi di secondo piano – per tentare di fare carriera. Altri lo hanno fatto grazie al patto Italia-Libia. Al momento ci sono tre grandi inchieste: una contro Medici senza frontiere e Sos Mediterranee, un’altra contro Iuventa e un’altra ancora contro Mare Ionio, unica nave della flotta civile europea battente bandiera italiana.

A una situazione già pesante a livello globale, si è aggiunta la guerra in Ucraina.
Come Mediterranea abbiamo in corso missioni a Leopoli, Kiev, Kharkiv. Siamo presenti con carovane di aiuto medico. Di fronte al dibattito sulla guerra, abbiamo pensato che come prima cosa fosse necessario aiutare i civili, le vere vittime. Li abbiamo aiutati a fuggire, a proteggersi, a cercare rifugio. Parliamo di una guerra che ha provocato 20 milioni di sfollati interni e 5 milioni di profughi alla frontiera. Oltre a non rimanere inerme di fronte a un esercito invasore che provoca migliaia di morti e milioni di profughi, sono stato da subito contrario all’invio di armi come unica forma politica di aiuto all’Ucraina. Questa guerra si è trasformata da resistenza degli ucraini in guerra tra eserciti, ovvero guerra tra Stati. È evidente che adesso le logiche in campo vanno ben oltre gli interessi e i diritti di un popolo aggredito.

Esiste la possibilità, anche tenue, che si possa mettere in discussione il patto Italia-Libia?
Lo spero. Purtroppo la classe politica ci ha abituato al fatto che, anche di fronte ai crimini più tremendi, riescono a parlare d’altro, facendo finta di non essere loro gli artefici di quei crimini. Questo fa parte della degenerazione della politica: un totale distacco dalle conseguenze che provocano le azioni. Spero che al rinnovo del patto, quando si vota in Parlamento, ci siano tanti più no. Finora sono stati molto pochi, perché gli interessi in gioco sono altissimi. Pensiamo ai temi del petrolio e del gas presenti in Libia. Io vorrei che l’Italia fosse protagonista nel Mediterraneo perché salva le vite, non perché uccide le persone.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica