Graziano Delrio, capogruppo del Partito democratico alla Camera dei deputati, già sindaco di Reggio Emilia, e poi ministro per gli Affari regionali e le autonomie nel Governo Letta e ministro delle Infrastrutture e trasporti nei Governi Renzi e Gentiloni, non ama la ribalta mediatica. Ma quando decide di esserci, lascia il segno. È il caso dell’intervista a Il Riformista.

Tredici anni fa nasceva il Partito Democratico come un tentativo di unire sensibilità tra culture riformiste diverse: cattolica e socialista in primis. C’è chi ha giudicato fallimentare questa esperienza rispetto alle aspettative della nascita. È un giudizio impietoso?
Sicuramente. Trovai allora appropriato dare vita, dopo la vivace stagione dell’Ulivo, a un soggetto politico con l’ambizione di offrire una casa comune ai riformisti e ai democratici e, oggi, a distanza di tredici anni, penso che l’esperimento sia riuscito. Porto un solo esempio che traggo dall’esperienza dell’attuale Governo: senza il convinto europeismo, pilastro dell’identità del Pd e direi “forma mentis” dei suoi elettori e dirigenti, oggi non avremmo mandato in soffitta le pulsioni anti Bruxelles del precedente esecutivo Conte che ci avevano marginalizzato nel contesto europeo né avremmo potuto contribuire, come invece è stato fatto con successo, a un radicale cambio di strategia dell’Unione, indispensabile nell’affrontare questa grave emergenza sanitaria ed economica e di cui è simbolo il Next Generation Ue. Detto questo non ho difficoltà a riconoscere errori e manchevolezze: dalla curvatura centralista e non federalista al persistere della logica delle correnti, al rischio di non preservare quelle istanze di società che sono state patrimonio dei grandi soggetti popolari. Su un altro piano, mi viene in mente l’osservazione contenuta in uno degli ultimi articoli di Alfredo Reichlin a proposito dell’”allineamento” al neoliberismo che impedì – in verità non solo a noi ma a tutte le forze progressiste nel mondo – di prevedere la drammatica crisi che si stava per abbattere sulle nostre economie. Questo mi pare un punto importante. Non si può slegare la vicenda dei Democratici italiani da quella degli altri Paesi perché un affanno, un ritardo nell’analisi di quello che stava accadendo e quindi nella costruzione di una nuova cornice di senso appartengono alla sinistra mondiale. Mentre va riconosciuto che quest’operazione è stata compiuta dalle destre, che hanno fondato la loro proposta sul tentativo di riprendere il controllo di un sistema che aveva prodotto grandi diseguaglianze ma poche opportunità e sul primato della politica contro centri di decisione e fenomeni di dimensioni globali. Ma populismo e sovranismo sono fuori dalla Storia, con i loro muri, le barriere, la ricerca ossessiva del nemico e la coltivazione dell’isolamento che porta al ritorno alla fortezza dello Stato Nazione, e possono essere sconfitti come dimostra il grande successo di Joe Biden e Kamala Harris alle elezioni Usa, senza dubbio il segno forte di speranza di un nuovo inizio per la sinistra a ogni latitudine.

Si sente di dire: missione compiuta?
Mi sento di dire che il Partito democratico è la comunità politica che esprime appieno le culture che hanno scritto la Costituzione più bella del mondo, come diceva Dossetti, e ricostruito il Paese dalle macerie fisiche e morali del fascismo e della guerra e che, in forza di questo patrimonio, ha le carte in regola per guidare il Paese verso una rinascita equa, solida, sostenibile, proiettata nel futuro. Per questo sono convinto che non debba rinunciare alla vocazione maggioritaria, intesa come volontà di dare rappresentanza a quella porzione della società che si fa fatica a collocare dentro i classici confini della sinistra ma non per questo non è portatrice di una visione riformatrice della società, delle sue strutture e istituzioni ed è ispirata ai valori di una società aperta e inclusiva, chiaramente alternativi alla destra. Significa parlare a quell’Italia sana che fatica, studia, crea, si dedica agli altri, considera i confini porte da attraversare e non solchi da scavare. Da qui deriva una agenda chiara di politiche pubbliche prioritarie che rendono possibile l’esperienza personale e comunitaria: politiche radicali di riarmonizzazione con l’ambiente, politiche di welfare comunitario e generativo di capitale sociale, politiche del lavoro e dell’impresa responsabile. Volendo limitarmi a un esempio penso che vada valorizzato il valore della prossimità che non è la rituale formula del “ripartire dai territori” ma la riscoperta della politica come cura delle persone nella loro quotidianità, nelle comunità – familiare, territoriale, di lavoro – dove svolgono la loro vita e prendono corpo desideri, bisogni, speranze. Prossimità per me è una parola da cui non può prescindere un’altra, decisiva per noi democratici, che è riformismo, cioè il dare forme nuove all’esistente. Camminano insieme. A mio modo di vedere, poggia su questo terreno culturale la battaglia che abbiamo sostenuto, con successo, per rivoluzionare la politica della famiglia introducendo l’assegno unico e universale per i figli, una riforma epocale che può essere posta legittimamente accanto all’introduzione del Servizio sanitario nazionale. Serve a battere quell’inverno demografico che ci contraddistingue (quest’anno rischiamo addirittura di scendere sotto i 400mila nati, negli anni settanta erano 900mila) e che pregiudica gravemente anche i livelli di sviluppo dei prossimi decenni. Serve a evitare che mettere al mondo dei bambini sia così oneroso e difficile da costringere tanti giovani a rinunciare a questo desiderio e a combattere l’inaccettabile condanna emessa sulle donne che desiderano essere madri e lavoratrici. Serve a ricordare a tutti noi che la famiglia è un “bene pubblico”, una ricchezza per l’intera comunità nazionale, un pilastro insostituibile di una società forte e solidale. Questo è riportare al centro della visione politica le persone e le loro esigenze esistenziali, che sono una vita autonoma, dignitosa e vissuta in pienezza con altri. Se la missione è compiuta probabilmente spetterà ad altri più in là, dirlo. A me piacerebbe che si potesse usare per il Partito democratico la bella immagine che ho ascoltato quest’estate dall’ex presidente della Corte, Marta Cartabia, riferita ad Alcide De Gasperi: aveva «i piedi saldamente ancorati a terra e lo sguardo rivolto in alto e lontano».

Un tempo si parlava di riformismo radicale. Ora “radicalità” sembra una parola, una visione “proibita”. Eppure, negli Stati Uniti, Joe Biden e i Democratici hanno vinto con un programma che su questioni strategiche – il clima, l’occupazione, l’istruzione, l’inclusione – tutto è meno che moderato o centrista. Le chiedo: un po’ più di radicalità non farebbe bene anche al Pd?
Si assolutamente. Un obiettivo radicale è, per me, quello «sviluppo integrale che mira alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» come recita la Populorum progressio di Paolo VI. Ma, per tornare alla sua domanda: clima, lavoro, inclusione, beni pubblici come sanità e istruzione, sono proprio l’orizzonte che il Partito democratico ha scelto di dare alla sua azione e che ha posto alla radice della nascita del Governo. La maggioranza è nata su un’idea radicale e precisa: l’ecologia integrale. Ecologia integrale significa che dimensione ambientale e dimensione sociale sono strettamente connesse. E, se guardiamo proprio ai dati di questi giorni, la prima delle questioni sociali è la diseguaglianza di genere. È il grande gap da colmare. Le donne stanno pagando anche il più alto prezzo in termini di perdita di posti di lavoro per la pandemia. L’uguaglianza di genere deve dunque essere obiettivo centrale del Recovery Fund, il gender gap non è stato conseguenza dell’emergenza sanitaria ma abbiamo il dovere di non perdere quest’occasione per affrontarlo. Sulla questione ambientale va detto che non c’è bisogno di accelerazione più urgente che nella transizione ecologica perché dobbiamo riconoscere che la crisi del Covid-19 è stata generata dal nostro stile di vita, dal nostro modello di sviluppo, dalla nostra incapacità di vedere che stavamo consumando l’albero della terra, come ammoniva Alex Langer, cosicché l’albero ha smesso di dare frutti buoni e ha cominciato a dare frutti velenosi di malattia, distruzione, dissoluzione di legami sociali. Dobbiamo quindi cambiare il modo in cui trattiamo la natura, produciamo, consumiamo, viviamo, lavoriamo, mangiamo, riscaldiamo, il modo in cui viaggiamo, non serve solo viaggiare veloce, serve viaggiare in maniera sostenibile. Io credo che l’Italia debba essere leader nella rivoluzione verde, nella transizione ecologica. Nella nostra economia, come dimostrano i rapporti di Legambiente, della Fondazione Symbola e di tanti altri soggetti, già sono presenti molte aziende green. Abbiamo una forza straordinaria nell’economia verde, nei lavori verdi, nelle imprese verdi, nelle imprese che investono in sostenibilità. E possiamo farlo anche grazie all’Europa che in forza del Green deal, perno della strategia della Commissione guidata da Ursula Von Der Leyen, alla transizione ecologica ha vincolato il 37% dei 750 miliardi di Next Generation Ue.

C’è chi sostiene che il Pd e la sinistra più in generale siano affetti dal virus del “governismo”. In altri termini, il Governo non più come strumento ma come fine. Lei che in passato ha ricoperto importanti incarichi di Governo, si sente “contagiato” da questo “virus”?
No, lo dico senza presunzione. Ho fatto per cinque anni il ministro e lo considero un servizio reso e una pagina chiusa. Ciò detto si può continuare ad avere responsabilità verso la propria comunità in qualsiasi ruolo di maggioranza o di opposizione. Governare significa certo la fatica di sporcarsi le mani, risolvere i problemi e investire per il futuro anche sapendo che i frutti della fatica verranno colti da altri più in là nel tempo e senza che spesso ci vengano riconosciuti. Governare, ricordava Moro, significa fare cose importanti ed attese «ma nel profondo vuol dire promuovere una nuova condizione umana»: ecco, per me, l’importante è avere sempre presente questo spirito.

Si è detto e scritto che dopo la crisi pandemica nulla sarà più come prima. Dal suo punto di vista, come declinerebbe politicamente questa affermazione?
Questo maledetto flagello che, ad oggi, ha provocato poco meno di un milione e mezzo di vittime – di cui più di 50mila nel nostro Paese – rimarrà una tragedia storica di cui non dobbiamo perdere memoria. La prima cosa che, si spera, dovremmo aver imparato è cambiare paradigma, rovesciare la prospettiva nel rapporto con l’ambiente in cui viviamo. La seconda, per usare l’espressione usata da Papa Francesco nella preghiera sul sagrato di San Pietro il 27 marzo, è che ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca e siamo chiamati a remare insieme, «non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo ma solo uniti». Se la comunità internazionale mostrerà davvero di aver imparato questi due insegnamenti allora, e solo allora, davvero nulla sarà come prima e la guerra al “nemico invisibile” diventerà occasione di radicale cambiamento. La pandemia, del resto, sta avendo l’effetto di allargare, non certo accorciare le distanze, le disparità, le ingiustizie. Eravamo già di fronte alla crisi di un modello culturale e sociale, economico e in definitiva, personale. Se vogliamo venirne fuori dobbiamo prima di tutto invertire la rotta ideologica. Dobbiamo guardare fuori da noi stessi, dire con forza che la relazione con gli altri è una risorsa, affermare il valore generativo e positivo delle relazioni. Solo se sapremo costruire relazioni a somma positiva potremo generare nuove risorse e opportunità, vincere spaesamento e paura che alimentano visioni nazionaliste e conflittuali. Occorre dunque ripartire dall’idea che apparteniamo tutti e in egual modo alla grande “famiglia umana”, da una visione che privilegia l’inclusione, la cooperazione, il multilateralismo, un rinnovato spirito comunitario: è quello che chiamiamo riformismo. L’Italia può contare sulla vitalità delle sue comunità familiari e locali; abbiamo un serbatoio di civismo, buone pratiche, esperienze consolidate di mutualismo, corpi sociali con antiche radici che possono fare la differenza.

Necessità dettata dalla contingenza politica o una prospettiva che va oltre il creare un argine a una destra nazionalpopulista? Mi riferisco al rapporto tra Pd e 5Stelle. Insomma necessità o virtù?
Le ragioni della nascita del Governo sono note. Rammento che nella direzione nazionale dell’agosto dell’anno scorso in cui dovevamo decidere se dare vita a un esecutivo per offrire all’Italia, provata da quindici mesi di malgoverno, una speranza di ripresa e riscatto, Zingaretti avvertì che non sarebbe stata “una passeggiata di piacere”. Sceglievamo la collaborazione con un partito, il M5S, fino ad allora avversario, per senso di responsabilità verso il Paese sull’orlo del baratro, dovendo pagare 23 miliardi di aumento dell’Iva, la “tassa Salvini”. Ai futuri partner chiedemmo discontinuità sui rapporti con l’Europa, sul primato della democrazia rappresentativa, su una nuova stagione di crescita basata sulla sostenibilità ambientale, su politiche economiche fondate su attenzione all’equità sociale, territoriale, generazionale e di genere. Credo che questa direzione di marcia, con tutte le difficoltà che sempre si incontrano in un’alleanza di Governo, sia ancora valida. Il lavoro fatto qui in Parlamento con i Cinquestelle è stato proficuo. Naturalmente sempre si può e si deve fare di più, sempre va cercata e costruita una collaborazione efficace che abbia di mira la realizzazione del programma di Governo – alla cui verifica proprio in queste settimane ci stiamo dedicando – e coltivare uno spirito di unità mirato al servizio dell’interesse superiore del Paese e dei suoi cittadini che metta da parte dispute ideologiche, come invece accaduto sul ricorso alla linea di credito per le spese sanitarie del Mes. Ma a me pare che questa esperienza di Governo stia facendo crescere positivamente un’alleanza nata in una sorta di “stato di necessità” e stia dimostrando la fondatezza di quella scelta non facile ma fatta assumendo fino in fondo la via della responsabilità. Mi sembra questo lo spirito giusto per procedere e valutare nei fatti, sul terreno degli obiettivi condivisi che diventano azioni di Governo, cioè risposte ai bisogni del Paese, quello che può prendere corpo domani, quando la legislatura sarà conclusa. Il M5S, per affermazione dei suoi stessi dirigenti, sta mutando pelle rispetto alla fase precedente la nascita del Governo come è chiaro nel rapporto con l’Europa. Quell’Europa che, l’ho detto più volte, per noi Democratici è parte fondamentale di un’idea moderna e riformista del Paese.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.