Nicola Oddati, 56 anni, coordinatore della segreteria nazionale del Partito democratico e responsabile Cultura e iniziativa politica, è considerato uno dei dirigenti dem più vicini al segretario Nicola Zingaretti. È lui a rispondere all’intervista di Massimo D’Alema a Il Riformista, e a delineare i tratti identitari di un partito in movimento.

Sostiene Massimo D’Alema, nella sua intervista a questo giornale, a proposito del Pd a 13 anni dalla sua nascita, che questa esperienza ha fallito perché la sua ispirazione originaria era sbagliata.
Ho grande rispetto per Massimo D’Alema e continuo ad apprezzarne la profondità di analisi, ma non sono d’accordo con lui e non per partito preso. Il suo giudizio è statico, come se non ci fosse una evoluzione, un mutamento nel modo di essere, di vivere, di proporre politica, di rappresentare società, di un partito politico. Quando è nato, il Pd rispondeva ad una esigenza, ad un bisogno di andare oltre le tradizioni consolidate in un mondo che era molto cambiato e che quelle tradizioni consolidate aveva visto in qualche modo consumarsi nel corso del tempo. E dunque si pensava che dalla fusione, dalla contaminazione di quelle diverse ispirazioni potesse nascere qualcosa di nuovo che potesse non solo rappresentare al meglio il mutamento sociale ma anche avere, come si disse allora, una vocazione maggioritaria, cioè con una politica capace di superare la contrapposizione e di proporre un modello riformista e di cambiamento più in linea col mutamento sociale. Io credo che in quel momento fosse vero. Poi nel corso del tempo, la storia del Pd in questi 13 anni è cambiata. Questo partito lo vedremo cambiare molto spesso nel corso del tempo, lo vedremo evolversi e avere un approccio anche diverso, come è normale che sia in un’epoca di grandi stravolgimenti. Un partito che rimanesse fermo non sarebbe utile neanche alla società. Io credo che il Partito democratico, con tutte le sue contraddizioni, sia stato un argine democratico all’avanzare delle destre in Italia e nel complesso abbia avuto un ruolo positivo quando abbiamo potuto governare.

E i limiti?
Beh, penso agli anni in cui ci siamo lasciati molto, troppo, affascinare da una idea che dopo la caduta del muro di Berlino non vi fossero alternative al liberismo economico. Abbiamo abbandonato troppo rapidamente anche opinioni non rivoluzionarie, il keynesismo in fondo non è niente di rivoluzionario, ma che in alcuni momenti della storia e della crisi del capitalismo potevano servire a contrastare l’idea che si potesse lasciar scivolare una parte cospicua della società al di sotto della soglia di povertà o ai margini dei processi di partecipazione attiva e di produzione sociale. Il Congresso e la Segreteria di Zingaretti hanno però segnato una svolta. Il Pd ha ricominciato a vivere, ad avere una forza, ad offrire un terreno di rappresentanza politica e a portare avanti la ricostruzione di una identità. Il nodo per la sinistra contemporanea, in tutto il mondo, è uno su tutti: come sostituire lo scambio capitale/lavoro che ha retto il capitalismo per due secoli. Occorre un nuovo patto, un nuovo scambio. E per me si può definire reddito/cittadinanza attiva. Recuperiamo un filone di ragionamento su benessere e felicità. Sempre di più dovremmo sostituire il prodotto interno lordo con il concetto di felicità interna lorda. E dentro la drammatica crisi pandemica che stiamo attraversando, credo che sia possibile ragionare su una sorta di keynesismo per il bene comune, facendo in modo che vengano finanziate la ricerca, la scuola, le attività di cura per gli anziani, i piani d’inserimento per l’infanzia, tutte attività molto utili che però non hanno una remunerazione immediata, e che hanno molto lavoro vivo a differenza della produzione industriale che finisce per avere sempre meno con la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale lavoro incorporato. E tutto questo senza dover contrapporre, in prospettiva, salute e libertà, diritti individuali e diritti sociali.

Spesso quando sembra non esserci una prospettiva chiara e forte s’invocano gli “Stati generali”. Nicola Zingaretti li ha rilanciati recentemente. Si tratta di un escamotage dialettico oppure è un appuntamento importante e per che cosa?
In questo anno, va detto che il Partito democratico è stato alle prese con numerosi momenti topici nella sua vita, e questo gruppo dirigente, abbiamo avuto questo tutto questo tempo scadenzato pressoché quotidianamente da cambiamenti anche un po’ inattesi. Un anno fa, ad agosto, la nascita del Governo: sembrava impraticabile, impossibile un’alleanza con i 5 Stelle che erano gli alfieri del populismo e tuttavia era già iscritta nell’agenda del nuovo Partito democratico di Zingaretti, l’esigenza di un confronto con quella forza. Avevamo cominciato a parlare di un campo largo della sinistra e del centrosinistra, di una politica delle alleanze, di non essere autosufficienti, di conservare sì una vocazione maggioritaria cominciando però anche a ragionare in termini di alleanze con forze diverse. E poi l’occasione della nascita del Governo, e poi la pandemia che ha oggettivamente impedito, anche alla luce di diversi appuntamenti elettorali, che abbiamo affrontato con spirito combattivo e tutto sommato con risultati abbastanza positivi e con piglio diverso, di mettere mano a quello che più volte Zingaretti ha richiamato, vale a dire l’esigenza di ridisegnare questo partito. Non di cambiargli nome. Non è questo il punto. È una forza che ha comunque un patrimonio elettorale e anche di radicamento e di conoscenza. Però sicuramente di rifondarlo dal punto di vista della sua capacità organizzativa, del suo modo di parlare, del suo modo di proporsi. È un partito che deve aprirsi ai giovani e alle donne, che deve digitalizzarsi. Deve interpretare la spinta innovativa venuta dalle sardine. Un partito che deve contrastare l’idea che ci si sta solo intruppati in una corrente, perché così diventa poco attrattivo per chi vuole entrare, invece deve dare spazio anche ad un dibattito culturale più libero, anche più ambizioso. Tutto questo lavoro lo abbiamo potuto fare solo in parte perché non abbiamo avuto il tempo materiale. Quando Zingaretti rilancia l’idea degli Stati generali, intanto lo fa su un grande tema come quello della scuola, che è, come la sanità uno dei grandi asset pubblici, su cui c’è bisogno di discutere. Più in generale, noi abbiamo bisogno di definire un nostro manifesto politico, programmatico ed ideale per il tempo che viene. Gianni Cuperlo ha proposto un bellissimo appuntamento a Bologna l’anno scorso, ma purtroppo quell’appuntamento, prima del Covid, non ha potuto affrontare alcuni nodi che sono venuti al pettine in questa fase. Oggi c’è bisogno anche di una parte nuova di ragionamento, aperta. Nel dibattito avviato da Il Riformista Tronti dice una cosa che mi piace molto; quando parliamo di tutelare le persone, dobbiamo capire di quali persone parliamo, perché non tutte le persone sono uguali. Bettini propone anche di riprendere l’ispirazione socialista, quella cristiana, un nuovo umanesimo; la radicalità di Cuperlo. E per quanto mi riguarda, penso che tutto questo deve fare i conti con l’evoluzione della società, che sarà rapidissima nei prossimi anni, proprio sul versante dell’uso della tecnica e della conoscenza, e quindi il bisogno di non far diventare tutto questo una nuova, prepotente spinta verso l’ingiustizia, verso l’esclusione. Questo è il nostro lavoro, questo è ciò che deve fare la sinistra. Una sinistra democratica, aperta, ma che comunque sta dalla parte di chi soffre, per cercare di ridurre le ingiustizie e attraverso una nuova equità anche costruire nuova crescita sociale ed economica. Credo che questo sia l’obiettivo verso cui Zingaretti e il gruppo dirigente lavorerà. È una sfida difficile, certamente, ma anche affascinante. Lasciami aggiungere, infine, che noi nel Governo abbiamo assunto sempre un atteggiamento di grande responsabilità, di forte sostegno alle scelte che poi abbiamo fatto tutti insieme, ma questo però non può voler dire che non dobbiamo prepararci alla sfida più difficile: gli indirizzi verso cui orientare il Next generation EU, la digitalizzazione, il sapere la cultura, la scuola, il caso Ilva. Saper, ad esempio, che oggi si pone in prospettiva il tema di una riduzione dell’orario di lavoro, di una redistribuzione del lavoro che potrebbe essere accompagnata da forme di reddito universale che permetterebbero di costruire da questo punto di vista maggiore equità e impedire che una parte della popolazione vada sotto la soglia di povertà. Grandi temi, per una forza che ambisce a delineare e a non subire il futuro.